La strategia del governo per finanziare le misure sul caro energia

L’esecutivo vorrebbe spostare i fondi aggiuntivi per la difesa sullo sconto ai prezzi dei carburanti, ma per farlo serve l’approvazione della Commissione Ue
ANSA
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Il 28 aprile la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, durante la conferenza stampa di presentazione del decreto legge “Lavoro”, ha parlato di come il governo potrebbe trovare delle risorse economiche per finanziare future misure contro il caro energia. A questo proposito, durante la conferenza Meloni ha citato il fatto che lo scorso anno il Parlamento «aveva già autorizzato il governo» a sostenere una spesa aggiuntiva rispetto alle regole europee sul deficit per «spese di difesa e sicurezza, pari allo 0,15 per cento del prodotto interno lordo, circa 3,7 miliardi».

«Se oggi lei chiede a me che cosa siano le “spese di difesa e sicurezza”, il tema energetico ci sta dentro», ha aggiunto Meloni. In pratica, secondo la presidente del Consiglio la spesa aggiuntiva concessa dall’Unione europea per la difesa potrebbe essere dirottata per finanziare misure contro il caro energia, dal momento che questo tema sarebbe in qualche modo inerente alla sicurezza del Paese. Si tratta di una posizione politica che il governo sta attivamente portando avanti in sede europea, ma il cui esito resta incerto.

La deroga dell’anno scorso

Meloni nel suo intervento ha fatto riferimento alle risoluzioni parlamentari con cui lo scorso settembre è stato approvato il Documento programmatico di finanza pubblica (DPFP) 2025, cioè il testo che definisce gli obiettivi economici del governo. In quel documento era presente anche un passaggio sull’aumento della spesa per la difesa, che «secondo una proiezione realistica», salirebbe in rapporto al PIL «di 0,15 punti percentuali all’anno nel 2026 e nel 2027 e di 0,2 punti nel 2028». 

La maggiore spesa militare sarebbe finanziata a debito, attraverso l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale messa a disposizione dalla Commissione Europea per i Paesi che scelgono di investire sulla difesa. Tale clausola consente, entro certi limiti, di aumentare la spesa senza che questa venga conteggiata negli indicatori di deficit e spesa pubblica su cui vengono valutati i bilanci dei Paesi membri. È una forma di flessibilità sui conti pubblici, che permette anche di superare il limite del 3 per cento del deficit.

Grazie a questa possibilità, gli Stati membri possono finanziare maggiori spese militari indebitandosi fino a 1,5 punti percentuali aggiuntivi di PIL tra il 2025 e il 2028. Il governo italiano, però, non ha ancora preso una decisione definitiva sulla richiesta di attivare la clausola, una strada già scelta da 17 Paesi membri. Quella indicata nel Documento programmatico di finanza pubblica resta quindi una proposta, non una misura prevista dalla legislazione vigente.

La posizione del governo

L’esecutivo si è preso più tempo per valutare l’aumento della spesa militare. L’intenzione era prendere la decisione una volta usciti dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo in cui il Paese si trova dal luglio 2024. Lo stesso Documento programmatico di finanza pubblica indicava che la scelta sarebbe stata valutata «tenuto anche conto dell’obiettivo di uscire dalla Procedura per disavanzi eccessivi». Come è noto, però, l’Italia non è uscita dalla procedura di infrazione nel 2025, come invece aveva previsto il Governo. Eurostat ha infatti certificato che l’anno scorso il deficit italiano è rimasto di poco sopra il 3 per cento del PIL.

Al momento, non è chiara l’intenzione del governo, che non si è ancora espresso sull’eventualità di richiedere la flessibilità di bilancio per la spesa militare, pur rimanendo osservati speciali della Commissione. Dal punto di vista normativo, questa possibilità esiste: nulla impedisce infatti ai Paesi in procedura di infrazione di attivare la clausola di salvaguardia. La maggiore spesa pubblica aumenterebbe l’indebitamento e ritarderebbe l’uscita dalla procedura, ma la Commissione europea ha spiegato lo scorso marzo che questa circostanza «verrebbe tenuta in conto nella valutazione del rispetto delle prescrizioni» per i Paesi sottoposti alla procedura. L’Italia non rischierebbe dunque sanzioni nel caso deviasse dal percorso di riduzione del deficit concordato con l’Unione europea, se questo fosse dovuto all’aumento del budget per la difesa. Altri Paesi sotto procedura – come Austria, Belgio, Finlandia, Ungheria, Polonia e Slovacchia – hanno scelto questa strada.

La trattativa con l’Ue

Le regole attuali, però, non consentono di estendere la flessibilità prevista per la difesa ai sussidi energetici. Anche se l’Italia decidesse di chiedere la flessibilità prevista per la difesa, non potrebbe usarla liberamente per finanziare misure contro il caro energia.

La comunicazione con cui la Commissione Europea ha attivato la clausola di salvaguardia per circostanze eccezionali, ai sensi del nuovo Patto di Stabilità europea, definisce chiaramente cosa si intende per spesa per la difesa. A definire i limiti degli interventi sono le definizioni Eurostat, a cui tutti i Paesi membri aderiscono. In particolare, è presa in considerazione la spesa che rientra nella categoria statistica COFOG 2 – Difesa, che include la spesa relativa alle infrastrutture militari, all’acquisto di equipaggiamento e sistemi d’arma, le voci per il personale e per l’addestramento. Si tratta quindi di spese strettamente legate all’ambito militare. Le misure di sostegno ai prezzi dell’energia non rientrano perciò in questa definizione.

Per questo motivo, il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti nei giorni scorsi ha iniziato a discutere con l’Eurogruppo della possibilità di estendere al tema dell’energia la deroga al Patto di Stabilità e Crescita già prevista per il settore della difesa. Le richieste dell’Italia però per ora non hanno avuto una risposta definitiva: il commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis ha detto che «per il momento il nostro consiglio è di attenersi a misure temporanee e mirate, con un impatto fiscale contenuto». 

Insomma, la trattativa resta aperta: il governo italiano punta a ottenere una flessibilità più ampia, che consenta di usare i margini previsti per la difesa anche per contenere i costi energetici, ma la Commissione Europea per ora ha frenato. Il risultato di questa trattativa dipenderà in buona parte dalla volontà politica degli altri Paesi europei e dalla capacità dell’esecutivo di costruire un consenso sufficiente attorno a una riclassificazione del concetto di sicurezza che, al momento, la Commissione Ue non sembra disposta ad accettare.

Una precedente versione di questo pezzo, con un titolo differente, non teneva conto in modo adeguato della posizione politica del governo italiano in sede europea. Ce ne scusiamo con i lettori.

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