Perché i droni russi sono un problema per la NATO

I recenti abbattimenti dimostrano che l’Alleanza Atlantica vuole difendersi, ma caccia e missili non bastano contro incursioni sempre più numerose
ANSA
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In pochi mesi i caccia della NATO hanno iniziato a fare qualcosa che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato eccezionale: abbattere droni che entrano senza autorizzazione nello spazio aereo dell’Alleanza Atlantica. 

A giugno un Rafale, cioè un aereo da caccia di costruzione francese, ha distrutto un drone entrato in Lettonia dalla Russia; a luglio tre velivoli senza pilota sono stati abbattuti da F-16 rumeni, di cui almeno uno di fabbricazione russa; il 14 agosto un Eurofighter italiano ha abbattuto un drone nei cieli lettoni e due giorni dopo un F-18 spagnolo ha fatto lo stesso in Romania. Questi episodi sono stati presentati come successi operativi. Per alcune aeronautiche hanno avuto un valore storico: per quella italiana, per esempio, si è trattato del primo abbattimento noto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Dietro questi successi però si nascondono alcune insidie. I caccia e i missili utilizzati, infatti, costano molto e sono disponibili in quantità limitate. I droni che devono abbattere, invece, possono costare molto meno ed essere prodotti in grandi numeri. Per questo, gli esperti di difesa si chiedono se una strategia basata soprattutto sull’impiego dei caccia possa funzionare anche nel caso in cui le incursioni diventino più frequenti.

Il costo dell’abbattimento

Negli ultimi mesi la NATO ha iniziato ad adattare la propria difesa a questa nuova minaccia. A luglio, durante il vertice di Ankara, in Turchia, l’Alleanza ha deciso di rafforzare la missione “Baltic Air Policing”. Questa missione esiste dal 2004 e serve a sorvegliare lo spazio aereo degli Stati baltici – Estonia, Lettonia e Lituania – che non dispongono di una propria flotta di aerei caccia intercettori. A turno, le aeronautiche degli altri Paesi europei della NATO inviano per alcuni mesi i propri aerei nella regione, con il compito di identificare e scortare gli aerei russi che si avvicinano o violano lo spazio aereo dei Paesi baltici.

Ora la missione non è più solo di sorveglianza, ma si è evoluta in una vera missione di difesa aerea. Questo significa che, nel rispetto delle regole della NATO, i caccia possono pure colpire velivoli senza pilota considerati una minaccia. 

Dopo gli ultimi abbattimenti, l’Alleanza ha sottolineato soprattutto la rapidità con cui è riuscita a intervenire. Il 14 agosto un portavoce ha ricordato che la NATO è «pronta e in grado di reagire a qualsiasi potenziale minaccia, 24/7», mentre lo Stato maggiore spagnolo ha definito l’abbattimento del 16 agosto «un successo operativo» e una dimostrazione dell’efficacia dei mezzi schierati. Essere in grado di abbattere un drone, però, non significa necessariamente essere in grado di farlo molte volte e per un periodo prolungato.

Un Eurofighter Typhoon, per esempio, costa decine di migliaia di dollari per ogni ora di volo, una cifra che comprende carburante, manutenzione, pezzi di ricambio, personale e altri costi necessari a mantenere il velivolo operativo. Una recente analisi del King’s College London riporta stime nell’ordine dei 60-65 mila dollari all’ora. A questo costo va aggiunto quelle delle armi impiegate. Un missile aria-aria a corto raggio come l’IRIS-T – che secondo fonti sentite da Pagella Politica è stato impiegato per l’abbattimento italiano del drone sulla Lettonia – può costare alcune centinaia di migliaia di euro. Le stime disponibili si collocano sotto i 500 mila euro per ogni missile. Il bersaglio può costare molto meno. Per avere un ordine di grandezza, gli Shahed-136, droni d’attacco di origine iraniana prodotti dalla Russia, costano tra i 20 e i 50 mila dollari, e possono essere prodotti nell’ordine delle migliaia di esemplari al mese. 

Questo confronto, però, va interpretato con cautela. In una difesa aerea non conta solo quanto costa il bersaglio, ma anche quali danni potrebbe provocare il velivolo non autorizzato. Per esempio, se un drone da poche decine di migliaia di euro minaccia un radar da centinaia di milioni, pure un missile intercettore Patriot da oltre tre milioni può essere un investimento razionale.

Il problema emerge quando gli attacchi diventano numerosi e ripetuti. In quel caso non conta solo il prezzo di ogni singola intercettazione, ma anche quanti missili sono disponibili. «Il problema non è economico, ma di disponibilità. Non abbiamo abbastanza missili per abbattere tutti i droni», ha detto Vincenzo Camporini a Pagella Politica. Camporini è un generale in pensione dell’Aeronautica Militare, già Capo di Stato Maggiore della Difesa tra il 2008 e il 2011. In uno scenario con incursioni ripetute, utilizzare un missile costoso contro ogni singolo drone rischia infatti di consumare rapidamente le scorte. 

I caccia da soli non bastano

C’è poi un problema di costo-opportunità: ogni missile e ogni ora di volo impiegati contro un drone non sono disponibili per fronteggiare una eventuale futura minaccia più pericolosa. Questo non significa, secondo Camporini, che i caccia non debbano abbattere i droni. «Un sistema di difesa aerea è fatto per contrastare ogni possibile minaccia», ha spiegato Camporini.

Esistono procedure consolidate. Prima bisogna identificare l’oggetto e capire che cosa sta facendo. «Se c’è un pilota a bordo esistono procedure standard di intercettazione e di allontanamento. Nella pratica possiamo convincere il pilota, con le buone o con le cattive, a cambiare rotta. Quando invece il velivolo è senza equipaggio e c’è il rischio che possa provocare danni, l’opzione dell’abbattimento è razionale», ha spiegato Camporini. Ma il problema della sostenibilità resta: non possono essere i caccia gli unici strumenti in grado di rispondere a una minaccia che potrebbe arrivare in massa. Secondo diverse fonti dell’intelligence occidentale, Putin sarebbe intenzionato a provocare i Paesi dell’Alleanza. Secondo il quotidiano britannico Telegraph, la Russia avrebbe costruito alcune basi di lancio di droni vicino al confine con la NATO. 

Se gli sconfinamenti di droni e missili russi nei cieli della NATO diventassero più frequenti, le scorte rischierebbero di diventare presto un problema. «Su quanto profonde siano le riserve dell’Alleanza oggi non ho informazioni precise», ha aggiunto Camporini. «Ma posso dirle come eravamo messi durante la Guerra Fredda, quando pilotavo il caccia F-104. Allora la NATO richiedeva che in caso di guerra ad alta intensità contro l’URSS ogni base disponesse di una settimana di scorte logistiche di carburante, munizioni e pezzi di ricambio. Altri 23 giorni di conflitto dovevano essere coperti dai depositi logistici. E dopo un mese avremmo dunque terminato le munizioni». E i sovietici? «Dopo la caduta del Muro di Berlino, scoprimmo che i livelli tecnologici e addestrativi dei nostri avversari erano molto inferiori ai nostri. Ma le loro scorte erano pronte a durare per circa sei mesi di conflitto», ha rivelato Camporini. 

L’esperienza degli F-16 ucraini è istruttiva in questo senso. Secondo il Royal United Services Institute, i caccia occidentali donati all’Ucraina hanno abbattuto oltre 2.500 droni russi, ma al prezzo di un consumo giudicato insostenibile di ore di volo e missili aria-aria. Per questo i piloti ucraini, forti di un’esperienza di combattimento senza paragoni contro questi droni, hanno adattato le proprie tecniche: ricorrono sempre più al cannone di bordo da 20 millimetri e ai razzi guidati AGR-20, che costano meno dei missili aria-aria e sono adatti a colpire bersagli relativamente piccoli. In generale, contro i droni russi la difesa ucraina utilizza soprattutto sistemi antiaerei a corto raggio, sistemi di disturbo delle frequenze radio, elicotteri e veicoli armati con mitragliatrici, più efficienti dei caccia contro questo tipo di bersaglio.

La soluzione, quindi, è costruire una gerarchia di strumenti: usare quelli più costosi quando serve e quelli più economici quando è sufficiente. «Dobbiamo adottare queste tecnologie in fretta. Tecnologie laser per l’accecamento dei droni, sistemi di inganno delle frequenze utilizzate per il controllo dei velivoli senza pilota, e artiglieria», ha aggiunto il generale Camporini. «L’innovazione sta compiendo passi molto rapidi. Basti pensare ai nuovi razzi sviluppati per l’aeronautica britannica, guidati al laser che consentono di colpire i droni a una frazione del costo dei tradizionali missili aria-aria. Il sistema è passato dalla sperimentazione all’impiego operativo in Medio Oriente in meno di due mesi».

La difesa della NATO

L’Europa dovrà correre per costruire questa “difesa stratificata” prima che il numero delle incursioni renda evidente la carenza di intercettori. I Paesi europei hanno annunciato investimenti e svolto esercitazioni per proteggere il fronte orientale dalla minaccia dei droni, ma la costruzione di una rete capace di affrontare minacce numerose e diverse tra loro richiede ancora tempo. 

Quanto accaduto nei cieli polacchi a fine luglio dimostra le complessità di una guerra ibrida: un missile cruise russo è penetrato nello spazio aereo della Polonia dopo aver attraversato tutta l’Ucraina, e si è schiantato a circa 100 chilometri dal confine. Secondo le ricostruzioni disponibili, il missile probabilmente non è stato subito individuato dai radar polacchi perché volava a bassa quota e non è stato abbattuto dai caccia inviati a intercettarlo. In questi casi, le forze aeree polacche devono ottenere un’identificazione visiva diretta prima di poter ingaggiare un oggetto volante non identificato. Questo per evitare falsi positivi e mettere in pericolo velivoli civili. L’Europa infatti deve fronteggiare queste minacce senza trovarsi in uno stato di guerra totale, e senza poter trasformare il lunghissimo confine orientale in una batteria antiaerea. A differenza dell’Ucraina, i cui cieli sono chiusi all’aviazione civile, l’Europa deve continuare a garantire la sicurezza dello spazio aereo civile e deve identificare visivamente gli oggetti non autorizzati prima di decidere come intervenire.

La lezione che arriva dall’Ucraina – e dall’Iran – è che pure una forza tecnologicamente superiore può trovarsi in difficoltà se consuma le proprie munizioni più rapidamente di quanto riesca a ricostituirle. Una lezione valida ancora oggi per la NATO. Una difesa efficace non può limitarsi a essere più veloce nell’abbattere i droni, ma deve diventare molto più economica, numerosa e stratificata. Altrimenti la NATO rischia di vincere ogni singolo episodio ma di perdere, lentamente, la guerra dei costi.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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