Le donne a capo delle società partecipate sono un miraggio

Su 73 aziende a partecipazione statale otto sono guidate da una donna. E in 32 i ruoli di potere sono rivestiti solo da uomini
ANSA
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Sette uomini e una sola donna. Sono i presidenti e gli amministratori delegati nominati dal governo a metà aprile per guidare alcune tra le principali società partecipate in Italia: Enel, Enav, Eni e Leonardo. Questo dato non è un’eccezione, anzi riflette una tendenza più ampia: nei ruoli di vertice delle partecipate le donne oggi sono 8 su 73. 

La scarsa presenza femminile non riguarda solo questo ambito, ma attraversa molti settori della vita pubblica e istituzionale: dalla magistratura ai diversi livelli della politica. Nelle partecipate però questo squilibrio ha un significato preciso, perché qui lo Stato è direttamente coinvolto nella scelta dei vertici: indirizza le scelte e contribuisce a decidere chi guida aziende strategiche per il Paese.
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Che cosa sono le partecipate

Le società partecipate sono aziende di cui lo Stato, attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanze o gli enti locali, detiene una quota di proprietà. Quando questa quota supera il 50 per cento si parla di società a controllo pubblico, ma il controllo può esserci anche quando la maggioranza è distribuita tra più amministrazioni. Non si tratta quindi di una presenza solo formale: le amministrazioni pubbliche intervengono nella definizione delle regole di gestione, nell’analisi dei bilanci, nella definizione degli obiettivi e anche nelle decisioni sulla composizione degli organi della società.

Tra le controllate dal Ministero dell’Economia ci sono anche alcune grandi società quotate in borsa, come Eni, Enel, Leonardo, Enav, Poste Italiane e Banca Monte dei Paschi di Siena. In questi casi il ministero, in qualità di azionista pubblico, presenta le liste per i consigli di amministrazione, che vengono poi votate nelle assemblee degli azionisti. Anche per questo le nomine dei vertici non sono scelte neutre: indicano quali profili sono ritenuti adatti a guidare aziende centrali per l’economia del Paese. E, almeno per ora, quei ruoli continuano a essere affidati quasi sempre agli uomini.

Chi comanda

Secondo i calcoli di Pagella Politica, su 73 persone tra presidenti e amministratori delegati alla guida delle società partecipate, 65 sono uomini e 8 sono donne. Le presidenti e le amministratrici, in pratica, si contano sulle dita di due mani: sono meno dell’11 per cento del totale.

In realtà, presto le donne potrebbero diventare 9 perché il governo ha proposto Giuseppina Di Foggia come presidente di Eni, al posto di Giuseppe Zafarana. Non è però ancora chiaro cosa succederà nelle prossime ore perché secondo fonti stampa Di Foggia, amministratrice delegata uscente di Terna, per diventare presidente di Eni dovrebbe rinunciare alla sua buona uscita, pari a 7,3 milioni di euro. In qualunque caso, anche se Di Foggia assumesse presto un ruolo dirigenziale in Eni, la presenza femminile nelle partecipate non verrebbe stravolta. 

Inoltre, in 32 società su 39 non c’è nemmeno una donna ai vertici. L’unico caso in cui entrambi gli incarichi di vertice sono affidati a donne è Enit (Ente Nazionale per il Turismo), che si occupa della promozione dell’offerta turistica italiana, ed è guidata da Alessandra Priante come presidente e Ivana Jelinic come amministratrice delegata.

In 6 casi invece i ruoli dirigenziali sono divisi esattamente a metà tra uomini e donne. Fanno parte di questo gruppo Poste Italiane e Cinecittà; Enav, che gestisce il traffico aereo civile in Italia; Equitalia che si occupa della riscossione dei tributi; l’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale, attivo nell’ambito della promozione dello sport e della cultura e, infine, Infrastrutture Milano-Cortina, costituita nel 2020 per progettare le infrastrutture per le Olimpiadi e le Paralimpiadi invernali concluse a marzo di quest’anno.

Insomma, i dati mostrano che nelle società partecipate la presenza femminile ai vertici resta molto limitata. Non si tratta solo di uno squilibrio numerico, ma di una distribuzione del potere che continua a premiare soprattutto gli uomini. E questo pesa ancora di più perché riguarda aziende in cui lo Stato ha un ruolo diretto, come azionista e come soggetto che contribuisce a scegliere chi le guida.

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