Davvero in Trentino si potrà cacciare con arco e frecce?

La provincia ne ha introdotto l’uso per il controllo del cinghiale in via sperimentale dal 2027. Ma la misura non riguarda la caccia ordinaria
ANSA
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Il tema della caccia continua a far discutere la politica italiana. Dopo le polemiche seguite all’approvazione al Senato, il 23 giugno, del cosiddetto “ddl Caccia” del centrodestra – che interviene sulle norme che regolano la caccia e la tutela della fauna selvatica – il dibattito si è spostato su una curiosa vicenda locale. 

Il 7 luglio, in un post pubblicato sui social, Più Europa ha criticato la decisione della Provincia autonoma di Trento di consentire l’uso dell’arco contro i cinghiali. «Arco e frecce contro i cinghiali. Sembra il Medioevo, invece è il 2026», ha scritto il partito guidato da Riccardo Magi, collegando la notizia al disegno di legge sulla caccia ora all’esame della Camera.
In effetti, a inizio luglio la Provincia autonoma di Trento ha aggiornato con una delibera le regole sul controllo faunistico, introducendo la possibilità di usare l’arco in casi specifici. Come vedremo, la misura però non riguarda la caccia ordinaria, che per il cinghiale resta sospesa, ma attività di controllo svolte da un gruppo ristretto di «controllori» già qualificati.

Cerchiamo dunque di capire perché a Trento si è deciso di introdurre l’arco per il controllo dei cinghiali e che cosa prevede la delibera.

La caccia al cinghiale rimane sospesa

Il primo punto da chiarire è che in Trentino la caccia al cinghiale non è consentita come normale attività venatoria. La disciplina provinciale approvata nel settembre 2022 stabilisce che «la caccia al cinghiale (…) in provincia di Trento è sospesa». Gli abbattimenti possono avvenire solo per finalità di controllo, secondo quanto previsto dalla legge provinciale sulla caccia del 1991. 

La disciplina provinciale indica che il controllo del cinghiale ha due obiettivi principali. Da un lato, serve a prevenire la diffusione della peste suina africana, una malattia virale che colpisce suini e cinghiali. Dall’altro, punta a ridurre i danni che la specie può causare alle attività agricole e all’equilibrio dell’ecosistema. Per questo la provincia prevede interventi diversi a seconda delle zone. Nell’«area di contenimento», dove il cinghiale è già presente, l’obiettivo è eliminarlo o ridurne il numero. Nell’«area a densità zero», dove invece la specie non è presente, lo scopo è impedirne l’insediamento.

Questa distinzione è importante per capire perché è stato introdotto l’uso dell’arco. La misura infatti non riguarda la normale caccia al cinghiale, che come abbiamo visto rimane sospesa, ma solo le attività di controllo della specie, già previste dalla disciplina provinciale.

Sì, ma perché l’arco?

Chiarito quindi che in Trentino non si potrà comunque cacciare con arco e frecce, vediamo che cosa prevede la nuova delibera.

Il provvedimento annunciato il 3 luglio dalla Provincia autonoma di Trento aggiorna la disciplina sul controllo della specie e introduce due novità: l’uso dell’arco e una nuova modalità di intervento, chiamata «controllo mirato». L’obiettivo resta lo stesso: rendere più efficace il contenimento del cinghiale, soprattutto per limitare i danni alle coltivazioni e ridurre i rischi legati alla peste suina africana.

L’uso dell’arco partirà in via sperimentale dal 2027. La provincia spiega che questa scelta serve a «migliorare l’efficacia dell’azione di controllo» nei casi in cui l’arco «può rappresentare uno strumento alternativo laddove l’utilizzo di un’arma da fuoco può risultare inopportuno per via del disturbo che può arrecare ad altre specie anche in stagioni particolari come quella riproduttiva». In altre parole, l’arco potrebbe essere usato in situazioni in cui sparare con un fucile rischierebbe di disturbare altri animali, per esempio durante il periodo di riproduzione.

Sulla sperimentazione è arrivato inoltre il parere positivo dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), a condizione che sia usato da operatori abilitati e con monitoraggio dei risultati.

Chi e dove

L’uso dell’arco non sarà consentito a chiunque. La provincia spiega che potrà essere usato solo da chi ha già la qualifica di «controllore del cinghiale». Dunque non basterà essere cacciatori, ma servirà una specifica abilitazione, all’interno delle attività di controllo della fauna. 

Come abbiamo accennato, la delibera introduce poi una nuova modalità di «controllo mirato». In pratica, il Corpo forestale del Trentino potrà organizzare direttamente alcuni interventi, coinvolgendo cacciatori già abilitati al controllo del cinghiale. Il coordinamento resterà però al personale del Corpo forestale.

Questa nuova modalità potrà essere applicata in tutto il territorio provinciale, ma servirà soprattutto nelle aree «a densità zero», dove l’obiettivo è evitare che il cinghiale si insedi stabilmente. Nelle aree di contenimento, dove la specie è già presente, resta invece valida la disciplina prevista per ridurne o eliminarne la presenza.

Peste suina e sofferenza dell’animale

Restano però due aspetti da chiarire, entrambi richiamati da Più Europa. Il primo riguarda la peste suina africana, citata anche dalla provincia tra le ragioni del rafforzamento del controllo del cinghiale. Secondo l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), questa malattia virale, che colpisce suini e cinghiali selvatici, non è pericolosa per l’uomo, ma può causare gravi danni economici e restrizioni agli spostamenti di animali e prodotti.

Nel suo post, Più Europa sostiene che l’uso dell’arco possa «aumentare il rischio di dispersione della peste suina attraverso sangue e carcasse nel territorio». Il riferimento ha un fondamento generale. Secondo un manuale pubblicato dall’Organizzazione mondiale per la salute animale insieme alla Food and Agriculture Organization (FAO) e alla Commissione europea, il virus può essere presente nel sangue dei cinghiali infetti e le carcasse infette hanno un ruolo importante nella diffusione della malattia. Per questo la gestione degli animali abbattuti deve seguire precise regole di biosicurezza. Questo però non dimostra che l’arco, di per sé, aumenti il rischio di diffusione rispetto ad altri strumenti.

Il secondo nodo riguarda la sofferenza animale. Più Europa scrive che, «se il colpo non è perfettamente letale», l’animale può essere condannato «a ore di agonia prima di morire». In effetti, il rischio di ferimento e mancato recupero è segnalato dalle associazioni che si occupano di benessere animale. Nel campo della ricerca scientifica, un articolo pubblicato sulla rivista Animal Welfare osserva che sulla caccia con l’arco esistono valutazioni diverse, ma segnala tra i punti critici i tassi di ferimento e la possibilità che gli animali colpiti non vengano recuperati.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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