Negli ultimi giorni sta facendo discutere la morte di Abderrahim Mansouri, ucciso il 26 gennaio nel quartiere di Rogoredo, a Milano, dall’agente di polizia Carmelo Cinturrino, che in un primo momento aveva parlato di legittima difesa. Questa ricostruzione è stata poi messa in dubbio dagli sviluppi delle indagini e il 23 febbraio Cinturrino è stato arrestato con l’accusa di omicidio volontario. Inizialmente l’agente e altri colleghi avevano detto che Mansouri, noto alla polizia per vari precedenti penali, aveva puntato contro Cinturrino una pistola, poi rivelatasi a salve. Le indagini hanno poi messo in dubbio questa ricostruzione e la procura ha disposto il fermo di Cinturrino, perché ha accertato che Mansouri non aveva con sé un’arma al momento della morte, e che la pistola ritrovata vicino al suo cadavere sarebbe stata messa lì successivamente.
L’accusa nei confronti di Cinturrino è al momento un’ipotesi, che dovrà essere accertata a tutti gli effetti nel processo. In ogni caso, l’evoluzione della situazione su quanto avvenuto a Rogoredo ha cambiato l’atteggiamento di una parte della politica, che inizialmente si era espressa a sostegno di misure di maggiore protezione per gli agenti che usano la forza. Dopo la notizia dell’accusa di omicidio volontario nei confronti di Cinturino, diversi politici di destra hanno chiesto che sia fatta giustizia e che, nel caso di una condanna, il poliziotto venga punito con una non meglio precisata “doppia pena”.
Per esempio, il 24 febbraio, il presidente del Senato Ignazio La Russa ha auspicato (min. 6:20) una «pena doppia» poliziotto, se fosse vera l’accusa nei confronti. Il leader della Lega Matteo Salvini si è espresso in maniera simile. «Se uno su centomila commette un reato», ha detto Salvini riferendosi agli appartenenti alle forze dell’ordine, «per me paga, e paga anche il doppio».
La richiesta della “doppia pena”, automatica e generalizzata, per i reati commessi dalle forze dell’ordine è efficace dal punto di vista della propaganda politica. Ma, al di là delle legittime opinioni, non esiste al momento nessuna norma per cui un agente delle forze dell’ordine possa essere condannato a una “pena doppia” rispetto a quella già prevista, su cui tra l’altro potrebbero emergere problemi di legittimità costituzionale (su questo ci torneremo più avanti). Il codice penale prevede già alcune norme specifiche per punire con maggiore severità di chi, da pubblico ufficiale, commette un reato abusando del proprio ruolo. Queste aggravanti non scattano comunque in automatico, ma devono essere dimostrate nel corso di un processo.
L’accusa nei confronti di Cinturrino è al momento un’ipotesi, che dovrà essere accertata a tutti gli effetti nel processo. In ogni caso, l’evoluzione della situazione su quanto avvenuto a Rogoredo ha cambiato l’atteggiamento di una parte della politica, che inizialmente si era espressa a sostegno di misure di maggiore protezione per gli agenti che usano la forza. Dopo la notizia dell’accusa di omicidio volontario nei confronti di Cinturino, diversi politici di destra hanno chiesto che sia fatta giustizia e che, nel caso di una condanna, il poliziotto venga punito con una non meglio precisata “doppia pena”.
Per esempio, il 24 febbraio, il presidente del Senato Ignazio La Russa ha auspicato (min. 6:20) una «pena doppia» poliziotto, se fosse vera l’accusa nei confronti. Il leader della Lega Matteo Salvini si è espresso in maniera simile. «Se uno su centomila commette un reato», ha detto Salvini riferendosi agli appartenenti alle forze dell’ordine, «per me paga, e paga anche il doppio».
La richiesta della “doppia pena”, automatica e generalizzata, per i reati commessi dalle forze dell’ordine è efficace dal punto di vista della propaganda politica. Ma, al di là delle legittime opinioni, non esiste al momento nessuna norma per cui un agente delle forze dell’ordine possa essere condannato a una “pena doppia” rispetto a quella già prevista, su cui tra l’altro potrebbero emergere problemi di legittimità costituzionale (su questo ci torneremo più avanti). Il codice penale prevede già alcune norme specifiche per punire con maggiore severità di chi, da pubblico ufficiale, commette un reato abusando del proprio ruolo. Queste aggravanti non scattano comunque in automatico, ma devono essere dimostrate nel corso di un processo.