Matteo Salvini

No, sul caso Gregoretti i senatori leghisti in giunta non potevano “salvare” Salvini

«Oggi in Giunta al Senato, i senatori della Lega potevano salvarmi, tra virgolette, e bloccare il processo [per il caso della nave Gregoretti n.d.r.]»

Pubblicato: 21 gen 2020
Data origine: 20 gen 2020
Macroarea istituzioni

Il 20 gennaio 2020 il leader della Lega Matteo Salvini, impegnato nella campagna elettorale in vista delle elezioni in Emilia-Romagna, ha sostenuto (min. 01:25) che i senatori leghisti presenti nella Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari - a cui aveva chiesto di autorizzare le indagini sul suo conto per il caso della nave Gregoretti - se non fosse stato per la sua indicazione di voto avrebbero potuto “salvarlo”, bloccando il processo.

Si tratta di un’affermazione falsa. Andiamo a vedere il perché.

Il caso Gregoretti

La Gregoretti è una nave della Guardia costiera italiana, che a fine luglio 2019 aveva salvato in mare 135 persone. Per ordine del ministro dell’Interno Matteo Salvini, alla nave non era stata data la possibilità di attraccare ed era quindi rimasta per cinque giorni (dalla mezzanotte del 27 luglio al 31 luglio, quando poi Salvini diede via mail il suo benestare allo sbarco) fuori dal porto di Augusta, in provincia di Siracusa, nonostante fosse inadatta a ospitare un numero così alto di persone.

Il Tribunale dei ministri di Catania ha ritenuto che la condotta dell’ex ministro dell’Interno potrebbe configurare il reato di sequestro di persona e ha quindi chiesto, a norma dell’articolo 96 della Costituzione e delle relative leggi costituzionali di attuazione, al Senato l’autorizzazione a procedere con le indagini nei confronti di Salvini. Il leader della Lega è infatti tutelato dalla “immunità” funzionale di cui godono i ministri.

Il caso è molto simile, da un punto di vista procedurale, a quello della nave Diciotti, di cui ci siamo occupati in passato. Ma, a differenza che nel caso della Diciotti, il Movimento 5 stelle ha già dichiarato di non voler tenere al riparo Salvini dal processo.

Il voto della Giunta delle immunità

Il 20 gennaio 2020 si è tenuto il voto nella Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato, incaricata tra le altre cose di dare o meno l’autorizzazione ai giudici a procedere con le indagini nei confronti dei ministri. I partiti di maggioranza hanno disertato la seduta, per protesta contro la decisione della presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati (Forza Italia) di partecipare al voto che ha fissato al 20 del mese la data della deliberazione della Giunta. Secondo le forze di maggioranza, ad esempio il Pd, partecipando al voto Casellati sarebbe venuta meno al suo ruolo super-partes, tesi invece rigettata dalla presidente.

La Giunta può riunirsi validamente anche se partecipa un terzo (o più) dei suoi componenti (art. 135 co.3 del regolamento del Senato), dunque la diserzione delle forze di maggioranza – che possono contare su 13 dei 23 membri, incluso il presidente – non ha impedito che venisse presa una decisione.

I cinque senatori leghisti, su indicazione di Salvini, hanno votato contro la relazione del presidente della Giunta, Maurizio Gasparri (Fi), che chiedeva di negare l’autorizzazione. I quattro senatori di Forza Italia e quello Fratelli d’Italia si sono invece espressi a favore della relazione. I voti sono stati cinque pari e, in base al regolamento (art. 107), la relazione di Gasparri è stata bocciata e dunque dalla Giunta è uscita la richiesta di autorizzare i giudici a procedere con le indagini.

Chiarito dunque il contesto, andiamo a vedere perché è falso dire che i senatori leghisti della Giunta per le immunità, se avessero votato diversamente, avrebbero potuto salvare Salvini.

Nessuna possibilità di “salvezza” per Salvini

Come abbiamo visto, i rapporti di forza nella Giunta per le immunità del Senato sono 13 a 10 in favore delle forze di maggioranza (M5s, Pd, Iv e altri partiti minori). Con la decisione della maggioranza di non partecipare, e con la regola che garantisce la validità della riunione con un terzo almeno dei componenti, l’opposizione di centrodestra aveva però la possibilità teorica di avere una maggioranza del 100 per cento favorevole alla relazione del presidente Gasparri, che chiedeva all’Aula del Senato di non autorizzare i giudici a proseguire le indagini.

Se così fosse successo, però, Salvini non sarebbe comunque stato al riparo dal processo, che non si sarebbe dunque bloccato per effetto di questa decisione. La decisione della Giunta, a norma dell’articolo 135 bis del Regolamento del Senato, non è infatti vincolante per l’Aula (che può non votare solo nel caso in cui «la Giunta abbia proposto la concessione dell’autorizzazione» e non siano state formulate proposte di segno contrario).

Quindi, se anche i senatori leghisti avessero votato con il resto del centrodestra e fosse stata approvata la relazione di Gasparri che chiedeva di non autorizzare le indagini su Salvini, il Senato – che sarà probabilmente chiamato a votare sulla questione il 17 febbraio e dove la Lega e il centrodestra sono in minoranza – avrebbe potuto bocciarla. L’autorizzazione ai giudici sarebbe allora stata concessa e le indagini sarebbero andate avanti.

È insomma falso sostenere, come fa Salvini, che i senatori della Lega in Giunta avrebbero potuto salvarlo bloccando il processo se lui non gli avesse chiesto di fare il contrario.

I precedenti

Non è poi senza precedenti che il Senato ribalti il verdetto della Giunta per le autorizzazioni. Dunque non ci si può nemmeno appellare a una “prassi” che limiterebbe in qualche modo il potere decisionale dell’Aula.

Nel 2012, per esempio, la Giunta per le immunità aveva chiesto all’Aula di autorizzare gli arresti domiciliari per il senatore Sergio De Gregorio (Pdl), coinvolto nell’inchiesta sull'imprenditore Walter Lavitola. L’Aula però, a scrutinio segreto, bocciò questa richiesta.

Nel 2015, ancora, si è verificato un caso analogo. La Giunta aveva approvato una relazione che chiedeva di autorizzare gli arresti domiciliari per il senatore Antonio Azzolini (Ncd), coinvolto nell’inchiesta sul fallimento della Casa di Cura "Divina Provvidenza". L’Aula del Senato ha però ribaltato l’indicazione della Giunta e ha negato l’autorizzazione.

Questi due casi riguardano parlamentari, coperti quindi dall’immunità parlamentare, e non un ministro, come nel caso di Salvini, che è coperto da una “immunità” funzionale ministeriale. Ma la sostanza della questione non cambia: l’Aula può sempre discostarsi, se lo ritiene, dal verdetto della Giunta.

Il verdetto

Matteo Salvini ha sostenuto che i senatori leghisti presenti nella Giunta per le immunità avrebbero potuto, se avessero votato contro l’autorizzazione a procedere per il caso Gregoretti, “salvarlo” e bloccare il processo.

Questo è falso. La decisione della Giunta non è infatti vincolante per l’Aula del Senato, che prenderà una decisione in proposito verso metà febbraio. La decisione dei senatori leghisti, in un senso o nell’altro, non poteva e non può in ogni caso di per sé bloccare il processo e “salvare” Salvini. Non mancano oltretutto precedenti di decisioni del Senato che hanno ribaltato quelle prese dalla Giunta.

In conclusione, Salvini si merita una “Panzana pazzesca”.

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