Teresa Bellanova

Quante persone vivono in povertà alimentare in Italia?

«La povertà alimentare purtroppo affligge 4 milioni di persone in Italia»

Pubblicato: 04 dic 2019
Data origine: 30 nov 2019
Macroarea questioni sociali

Il 30 novembre, la ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova (Italia Viva) ha celebrato su Facebook la “Giornata nazionale della colletta alimentare”, un evento di solidarietà organizzato da 23 anni dal Banco alimentare, fondazione che promuove iniziative contro lo spreco di cibo e a sostegno della povertà e dell’esclusione sociale.

«La povertà alimentare – ha scritto Bellanova – purtroppo affligge 4 milioni di persone in Italia». Ma è davvero così? Abbiamo verificato.

Di che cosa stiamo parlando

«Il tema degli aiuti alimentari e della povertà alimentare è molto più complesso di quanto non possa apparire», scrivevano nel 2014 Angela Frigo della Fondazione Banco alimentare onlus e Francesco Marsico della Caritas, nel rapporto “Il bilancio della crisi – Le politiche contro la povertà in Italia”.

Con “povertà alimentare” generalmente si intende quella condizione in cui vive una persona che non è in grado di far fronte a una spesa per una alimentazione adeguata, ma ad oggi non esiste un indicatore che permetta di quantificare con precisione questo fenomeno.

L’Istat, per esempio, non utilizza mai l’espressione “povertà alimentare” nei suoi rapporti sul tema. Come spiega il report più recente dell’Istituto nazionale di statistica, il concetto di “povertà alimentare” è di fatto implicitamente già contenuto in quello di “povertà assoluta”, definita sulla scarsità di una serie di fabbisogni essenziali, tra cui «un’alimentazione adeguata», «la disponibilità di un’abitazione» e «il minimo necessario per vestirsi, comunicare, informarsi, muoversi sul territorio, istruirsi e mantenersi in buona salute».

«La povertà alimentare può rappresentare l’indicatore più rilevante di disagio, all’interno della più generale categoria della povertà assoluta, ma va utilizzato con cautela, se considerato isolatamente», si legge nel rapporto Caritas del 2014. «La ridotta spesa per beni alimentari – e soprattutto i suoi effetti negativi – può essere compensata da fattori non desumibili dalla indagine Istat sui consumi, quali, ad esempio, la presenza di economie di scambio non monetarie, forme di autoproduzione, ricorso, anche occasionale, a reti di aiuto familiari, amicali o di privato sociale, che annullano o riducono il rischio di denutrizione o malnutrizione ad essa sottesa».

Lo studio del Banco alimentare

Nel 2009, la Fondazione Banco alimentare ha pubblicato la prima indagine quantitativa e qualitativa, intitolata “La povertà alimentare in Italia” (qui consultabile in pdf) e curata da Luigi Campiglio e Giancarlo Rovati.

In via sperimentale, lo studio aveva cercato di quantificare una soglia di povertà alimentare per stabilire quali e quante famiglie (e individui) erano all’epoca alimentarmente povere. Sotto una certa soglia di spesa per beni alimentari, diversa da regione a regione, si era considerati in povertà alimentare o meno.

«Se dal punto d’osservazione familiare si passa a quello individuale, l’incidenza della povertà alimentare sale dal 4,4 per cento al 5,1 per cento in Italia», si legge nell’indagine. «Si tratta complessivamente di circa 3 milioni di persone che vivono in famiglie con condizioni economiche tali da dover ridurre significativamente anche la spesa per l’acquisto del cibo».

Negli ultimi dieci anni, però, queste stime non sono state aggiornate e non ci sono stati sviluppi per definire più concretamente da un punto di vista metodologico una possibile soglia di povertà alimentare.

«Tempo fa abbiamo proposto all’Istat di utilizzare il nostro indicatore per quantificare il numero di persone che vivono nel nostro Paese in condizioni di povertà alimentare, ma ci aveva risposto che era sufficiente quello sulla povertà assoluta», ha spiegato a Pagella Politica Laura Bellotti, dell’ufficio stampa del Banco Alimentare. «Quando la nostra Fondazione parla di poveri nel senso alimentare del termine, deve fare riferimento agli oltre 5 milioni di persone in povertà assoluta stimati dall’Istat. Di queste, la nostra rete di supporto ne raggiunge circa 1,5 milioni».

Da dove vengono i «4 milioni» di Bellanova?

La ministra dell’Agricoltura non cita la fonte del suo dato, che come ha confermato Bellotti a Pagella Politica, non proviene da rilevazioni del Banco alimentare.

Il numero di «4 milioni» in povertà alimentare circola da anni e molto probabilmente fa riferimento al numero totale dei beneficiari che nel 2012 ha ricevuto prodotti alimentari tramite il Pead, ossia il Program for European aid to the deprived (qui lo riporta un articolo di Repubblica del 2013 e si ritrova anche dall’indagine della Caritas del 2014).

Questo “Programma europeo per la distribuzione di derrate alimentari agli indigenti” (Pead, appunto) è stato istituito nel 1987 e il suo obiettivo principale era quello di fornire alle organizzazioni caritative dei Paesi membri alimenti da distribuire gratuitamente ai più bisognosi.

In Italia, questo meccanismo è stato gestito dall’Agea, ossia l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura: un ente statale che svolge le funzioni di “organismo pagatore”, ossia erogare aiuti e interventi comunitari previsti dalla normativa dell’Unione europea.

I numeri del Fead

Nel 2014, però, il Pead è stato sostituito dal Fondo di aiuti europei agli indigenti (Fead), un’iniziativa dell’Ue per sostenere gli interventi promossi dai Paesi europei per fornire agli indigenti un’assistenza materiale, tra cui i generi alimentari.

Nel caso del cibo, è Agea che svolge il ruolo di organismo intermedio e coordina l’acquisto degli alimenti – poi conferiti agli organizzatori partner accreditati come Caritas, Croce Rossa Italiana e Fondazione Banco Alimentare – grazie al Fead.

Il 24 giugno 2019, il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali ha pubblicato la relazione di attuazione annuale del Fead, relativo all’anno 2018, quando Agea ha fatto fronte a spese per quasi 48 milioni e 300 mila euro.

L’anno scorso, il numero totale di persone che ha ricevuto aiuti alimentari in Italia tramite il Fead è stato di oltre 2 milioni e 678 mila, in leggero calo rispetto ai 2 milioni e 700 mila del 2017. Nel 2016, erano stati oltre 2 milioni e 778 mila e l’anno prima oltre 2 milioni e 809 mila.

In ogni caso, è a questi quasi 2,7 milioni di beneficiari del Fead in Italia a cui fa riferimento Coldiretti (la Confederazione nazionale coltivatori diretti), quando a luglio 2019 ha annunciato il suo rapporto “La povertà alimentare e lo spreco in Italia” con un comunicato stampa intitolato: «Consumi, 2,7 mln di italiani costretti alla mensa dei poveri».

Nel dettaglio, si legge nell’ultima relazione di attuazione annuale del Fead, poco meno di un quinto dei beneficiari (oltre 500 mila individui) erano bambini con un’età minore o uguale a 15 anni. Gli anziani, con più di 65 anni, erano invece oltre 225.300.

Il verdetto

Secondo la ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova, «la povertà alimentare purtroppo affligge 4 milioni di persone in Italia». Abbiamo verificato e non è facile stabilire se questo numero corrisponde al vero o meno.

Il tema della povertà alimentare, e la sua quantificazione, è infatti complesso. L’Istat non usa uno specifico indicatore, ma lo include di fatto nella stima della povertà assoluta. Nel 2018, vivevano in questa condizione più ampia circa 5 milioni di individui, un numero superiore a quello citato da Bellanova.

Nel 2009, la Fondazione Banco alimentare – che oggi fa riferimento alle statistiche sulla povertà assoluta dell’Istat – aveva provato a stabilire una soglia di povertà alimentare, stimando 3 milioni di individui poveri dal punto di vista alimentare.

I «4 milioni» di Bellanova fanno probabilmente riferimento al numero di beneficiari nel 2012 del fondo Pead, sostituito nel 2014 dal fondo Fead. Nel 2018, dati più aggiornati, poco meno di 2,7 milioni di persone in Italia hanno beneficiato di aiuti alimentari finanziati da queste risorse. In conclusione, viste la forbice delle stime prese in considerazione, Bellanova dà un numero plausibile e merita un “C’eri quasi”.

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