Il 29 ottobre la Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi delle società coinvolte nella proprietà e nella gestione dell’ex Ilva di Taranto. I ricorsi erano stati presentati contro la decisione della Corte d’appello di Milano, che a luglio aveva ordinato di sospendere la produzione nell’area a caldo dello stabilimento, dove si svolgono le principali fasi della lavorazione dell’acciaio, a causa dei rischi per la salute dei cittadini.
La Cassazione ha dunque confermato lo stop alla produzione. Alla base della decisione, che non comporta la chiusura definitiva dello stabilimento, c’è soprattutto la presenza di amianto negli impianti, che secondo i giudici avrebbe dovuto essere completamente rimosso entro agosto 2023. La produzione potrà riprendere solo dopo che saranno state rispettate le condizioni ambientali indicate dalla Corte d’appello.
La sentenza arriva dopo anni di interventi legislativi e decisioni giudiziarie sul futuro dell’ex Ilva, segnati dal difficile equilibrio tra la tutela della salute e dell’ambiente e la salvaguardia dei posti di lavoro. Vediamo che cosa hanno stabilito i giudici e come si è arrivati a questa decisione.
La Cassazione ha dunque confermato lo stop alla produzione. Alla base della decisione, che non comporta la chiusura definitiva dello stabilimento, c’è soprattutto la presenza di amianto negli impianti, che secondo i giudici avrebbe dovuto essere completamente rimosso entro agosto 2023. La produzione potrà riprendere solo dopo che saranno state rispettate le condizioni ambientali indicate dalla Corte d’appello.
La sentenza arriva dopo anni di interventi legislativi e decisioni giudiziarie sul futuro dell’ex Ilva, segnati dal difficile equilibrio tra la tutela della salute e dell’ambiente e la salvaguardia dei posti di lavoro. Vediamo che cosa hanno stabilito i giudici e come si è arrivati a questa decisione.