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Come si è arrivati allo stop alla produzione dell’ex Ilva

Dal sequestro del 2012 alla recente sentenza della Cassazione, ripercorriamo la lunga vicenda giudiziaria dello stabilimento siderurgico di Taranto
ANSA
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Il 29 ottobre la Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi delle società coinvolte nella proprietà e nella gestione dell’ex Ilva di Taranto. I ricorsi erano stati presentati contro la decisione della Corte d’appello di Milano, che a luglio aveva ordinato di sospendere la produzione nell’area a caldo dello stabilimento, dove si svolgono le principali fasi della lavorazione dell’acciaio, a causa dei rischi per la salute dei cittadini.

La Cassazione ha dunque confermato lo stop alla produzione. Alla base della decisione, che non comporta la chiusura definitiva dello stabilimento,  c’è soprattutto la presenza di amianto negli impianti, che secondo i giudici avrebbe dovuto essere completamente rimosso entro agosto 2023. La produzione potrà riprendere solo dopo che saranno state rispettate le condizioni ambientali indicate dalla Corte d’appello.

La sentenza arriva dopo anni di interventi legislativi e decisioni giudiziarie sul futuro dell’ex Ilva, segnati dal difficile equilibrio tra la tutela della salute e dell’ambiente e la salvaguardia dei posti di lavoro. Vediamo che cosa hanno stabilito i giudici e come si è arrivati a questa decisione.

Una lunga vicenda giudiziaria

Lo stabilimento siderurgico di Taranto è da decenni al centro di controversie giudiziarie per le conseguenze dell’inquinamento sulla salute delle persone e sull’ambiente. Gli impianti dell’ex Ilva sono oggi gestiti da Acciaierie d’Italia, società in amministrazione straordinaria dal 2024 e affidata a commissari nominati dal governo. La proprietà degli impianti invece è rimasta a Ilva S.P.A., anch’essa in amministrazione straordinaria.

Nel luglio 2012, sulla base di alcune perizie che avevano evidenziato gravi rischi per la salute e l’ambiente, il giudice per le indagini preliminari (GIP) di Taranto ordinò il sequestro di alcuni impianti dell’area a caldo, vietandone l’utilizzo. Pochi mesi dopo, il governo Monti intervenne con il primo dei cosiddetti decreti “Salva Ilva”, consentendo di continuare a produrre acciaio nonostante il sequestro, a condizione che fossero rispettati gli obblighi previsti dall’autorizzazione ambientale rilasciata dal Ministero dell’Ambiente nell’ottobre 2012.

La norma fu contestata davanti alla Corte Costituzionale, che nel 2013 ne riconobbe la legittimità, chiarendo che nessun diritto fondamentale può avere una prevalenza assoluta sugli altri. In altre parole, la tutela della salute e quella del lavoro devono essere bilanciate in modo ragionevole, evitando che l’una venga sacrificata eccessivamente a vantaggio dell’altra. La produzione poteva quindi continuare, ma solo rispettando gli obblighi ambientali previsti per ridurre l’inquinamento. In caso contrario, le autorità avrebbero dovuto intervenire.

Negli anni successivi, però, le scadenze per adeguare gli impianti furono più volte modificate e rinviate. Nel 2018 la Corte Costituzionale intervenne nuovamente, dichiarando illegittime alcune norme che avevano permesso di continuare ad utilizzare un altoforno sequestrato dopo un incidente mortale sul lavoro. Secondo i giudici, la legge aveva privilegiato la produzione senza prevedere misure immediate e adeguate per garantire la sicurezza dei lavoratori.

Anche la Corte europea dei diritti dell’uomo si è occupata della vicenda. Nel gennaio 2019 ha condannato l’Italia per non aver protetto adeguatamente le persone che vivevano nelle zone colpite dall’inquinamento dello stabilimento. Nel maggio 2022 la stessa Corte è tornata a condannare lo Stato italiano, rilevando che i rischi per la salute persistevano e che le autorità non avevano adottato misure sufficienti per proteggere la popolazione.

La sentenza della Corte di giustizia dell’UE

La vicenda giudiziaria più recente è iniziata nel luglio 2021, quando alcuni cittadini di Taranto si sono rivolti al Tribunale di Milano per chiedere di fermare le attività dell’ex Ilva ritenute pericolose per la salute. Lo hanno fatto attraverso un’azione collettiva che consente di chiedere al giudice di bloccare comportamenti dannosi per più persone, anche senza che queste debbano dimostrare di aver già subìto un danno.

Per decidere, il tribunale doveva stabilire se le leggi italiane che avevano permesso all’ex Ilva di continuare a produrre, rinviando alcuni interventi ambientali, fossero compatibili con le norme europee sull’inquinamento industriale, recepite dal nostro Paese nel 2014. Nel settembre 2022 si è quindi rivolto alla Corte di giustizia dell’Unione europea, chiedendo chiarimenti sull’interpretazione di queste norme.

Con una sentenza del giugno 2024, la Corte ha stabilito che, per concedere o rinnovare l’autorizzazione a un’attività industriale, le autorità devono valutare anche i rischi per la salute delle persone e non soltanto quelli per l’ambiente. Vanno inoltre considerate tutte le sostanze inquinanti che lo stabilimento può emettere e la cui pericolosità è scientificamente riconosciuta, comprese quelle non valutate inizialmente. La Corte ha poi chiarito che non è possibile rinviare ripetutamente gli interventi necessari a ridurre l’inquinamento quando sono stati individuati gravi rischi per la salute e l’ambiente. In questi casi, se l’attività industriale presenta pericoli gravi e rilevanti, la produzione deve essere sospesa.

Spettava però al Tribunale di Milano verificare se questi rischi fossero effettivamente presenti nello stabilimento di Taranto.

La decisione del Tribunale di Milano

A febbraio di quest’anno il Tribunale di Milano ha ordinato di sospendere, a partire dal 24 agosto, la produzione nell’area a caldo dell’ex Ilva. È la parte dello stabilimento che comprende le cokerie, gli impianti di agglomerazione, gli altoforni e le acciaierie, dove si svolgono le principali fasi della produzione dell’acciaio. Di fatto, senza questi impianti, lo stabilimento non può continuare a produrre acciaio con il sistema attuale.

Al centro della decisione c’è l’Autorizzazione integrata ambientale (AIA), rilasciata dal Ministero dell’Ambiente nel luglio 2025. Si tratta del provvedimento che stabilisce a quali condizioni lo stabilimento può funzionare e quali obblighi deve rispettare per limitare l’inquinamento. L’autorizzazione consentiva di continuare a produrre acciaio fino al 2037 e prevedeva una progressiva trasformazione degli impianti, ma secondo il tribunale alcune delle misure previste per tutelare la salute e l’ambiente non avevano scadenze sufficientemente precise. I giudici hanno quindi ritenuto che alcune parti dell’autorizzazione non rispettassero le norme europee e hanno ordinato la sospensione della produzione nell’area a caldo.

Il tribunale ha però concesso alle società la possibilità di evitare lo stop. Per farlo, avrebbero dovuto ottenere una modifica dell’autorizzazione ambientale, con scadenze certe e ragionevolmente brevi per realizzare gli interventi necessari, impegnandosi a rispettarle. In caso contrario, da fine agosto sarebbero dovute iniziare le operazioni per fermare la produzione in sicurezza.

Il nodo dell’amianto

La decisione del Tribunale è stata contestata sia dalle società coinvolte sia dai cittadini che avevano avviato il procedimento.

A fine luglio, la Corte d’appello di Milano ha respinto i reclami delle società e accolto in parte quelli dei cittadini, riconoscendo le loro ragioni sulla presenza di amianto negli impianti e sulle emissioni di polveri sottili. Ha invece respinto la richiesta relativa alla tutela del clima. In particolare, i giudici hanno dato un peso decisivo alla mancata rimozione dell’amianto, che secondo quanto previsto dall’autorizzazione ambientale del 2017 avrebbe dovuto essere completata entro agosto 2023. Inoltre, mentre il tribunale aveva contestato alcune parti dell’autorizzazione ambientale del 2025, la Corte d’appello ha ritenuto che l’intera autorizzazione fosse in contrasto con le norme europee. Non ne ha disposto l’annullamento, ma ha stabilito che le società non potessero utilizzarla per continuare la produzione. 

I giudici hanno ordinato di completare la sospensione della produzione nell’area a caldo entro 90 giorni dalla comunicazione della decisione, sotto la sorveglianza delle autorità di controllo. L’attività avrebbe potuto riprendere solo dopo la completa rimozione dell’amianto e l’adozione delle misure necessarie per riportare le emissioni di polveri sottili entro limiti di sicurezza, nel rispetto delle procedure ambientali previste dalla legge.

Contro questa decisione Ilva S.P.A., Acciaierie d’Italia e la sua controllante Acciaierie d’Italia Holding hanno presentato ricorso alla Cassazione, chiedendo nel frattempo di sospendere l’esecuzione del provvedimento. La Corte d’appello ha però respinto entrambe le richieste, il 9 settembre e il 5 ottobre 2026.

Per evitare che lo spegnimento danneggiasse irreversibilmente gli impianti, il governo è intervenuto con un decreto-legge del 16 ottobre. Il provvedimento ha consentito di mantenere gli impianti in condizioni di riscaldo, senza produrre acciaio, fino alla pubblicazione delle motivazioni della Cassazione e comunque non oltre il 15 dicembre. La sentenza è stata pubblicata il 29 ottobre, facendo così venire meno la possibilità di prolungare il riscaldo sulla base di quella disposizione.

Le ragioni della Cassazione

Nella sentenza del 29 ottobre, la Corte di cassazione ha respinto tutti i ricorsi delle società coinvolte nell’ex Ilva, che contestavano tra l’altro il potere dei giudici di intervenire su un’attività industriale autorizzata dal Ministero dell’Ambiente e la valutazione dei rischi per la salute.

Sul primo punto, la Cassazione ha chiarito che la presenza di un’autorizzazione ambientale non impedisce ai giudici di intervenire quando un’attività industriale mette in pericolo diritti fondamentali, come quello alla salute. Se l’autorizzazione non rispetta la legge, il giudice può decidere di non applicarla nel caso concreto, senza annullarla né sostituirsi alle autorità amministrative.

Il punto decisivo della sentenza riguarda però l’amianto. Secondo la Corte d’appello, e come confermato dalla Cassazione, l’autorizzazione ambientale del 2017 prevedeva la completa rimozione dell’amianto entro il 23 agosto 2023. Le società sostenevano invece che non fosse previsto un obbligo di rimozione totale.

Nel 2023 il Ministero dell’Ambiente aveva consentito di modificare i tempi degli interventi di bonifica, rinviandone alcuni fino alla fine della vita degli impianti. Nello stabilimento erano ancora presenti circa 2.140 tonnellate di amianto e la nuova autorizzazione del 2025 non fissava una scadenza precisa per rimuoverle. Secondo i giudici, questo avrebbe potuto rinviare la bonifica fino al 2037, andando in contrasto con le norme europee sulla tutela della salute e dell’ambiente.

Le società sostenevano inoltre che l’amianto non rappresentasse un pericolo perché adeguatamente isolato. I giudici hanno però ritenuto insufficienti le prove presentate per escludere il rischio di dispersione delle fibre. A sostegno di questa valutazione, la Cassazione ha richiamato anche l’età e il deterioramento degli impianti, oltre ad alcuni incidenti avvenuti nello stabilimento. Tra questi, un’esplosione seguita da un incendio nel maggio 2025, che aveva portato al sequestro di un impianto contenente amianto, e un altro incidente nel settembre dello stesso anno, con emissioni non controllate. Secondo i giudici, questi episodi confermavano che il rischio di dispersione delle fibre di amianto non poteva essere considerato soltanto ipotetico.

La Cassazione ha quindi ritenuto giustificata la sospensione della produzione, richiamando anche il principio di precauzione: quando esistono rischi per la salute sostenuti da valutazioni scientifiche, è possibile adottare misure preventive senza aspettare che si verifichi un danno. Quanto alle polveri sottili, la Cassazione non ha esaminato nel merito le contestazioni delle società. La mancata rimozione dell’amianto era infatti già una ragione sufficiente per confermare la sospensione della produzione.

Salute e lavoro non sono in contrapposizione

Uno degli aspetti più importanti della sentenza riguarda il rapporto tra la tutela della salute e quella del lavoro, al centro della vicenda dell’ex Ilva fin dal 2012.

Come abbiamo visto, la Corte costituzionale aveva già chiarito che nessun diritto fondamentale può essere «tiranno», cioè prevalere in modo assoluto sugli altri. Le istituzioni devono quindi trovare un equilibrio tra salute e lavoro. Nel 2018 la stessa Corte aveva dichiarato illegittime alcune norme che, per consentire la prosecuzione della produzione, non garantivano una protezione adeguata della salute e della sicurezza dei lavoratori.

La Cassazione richiama gli articoli della Costituzione che tutelano la salute (articolo 32) e riconoscono il diritto al lavoro (articolo 4). A questi si aggiungono gli articoli 9 e 41, modificati nel 2022 per rafforzare la tutela dell’ambiente. In particolare, l’articolo 41 stabilisce che l’attività economica privata non può arrecare danno alla salute e all’ambiente.

Secondo la Cassazione, «il diritto al lavoro che lo Stato deve promuovere è un diritto al lavoro salubre e sicuro». La tutela dell’occupazione non può quindi giustificare la prosecuzione di un’attività industriale che non rispetta le condizioni necessarie per proteggere la salute e l’ambiente.

Che cosa succede adesso

La sentenza della Cassazione conferma la decisione della Corte d’appello di Milano, che aveva ordinato di sospendere la produzione nell’area a caldo dell’ex Ilva. Questo non significa però che sia stata disposta la chiusura definitiva dello stabilimento: l’attività potrà riprendere dopo la completa rimozione dell’amianto e l’adozione delle misure necessarie per riportare le emissioni di polveri sottili entro limiti di sicurezza, nel rispetto delle procedure ambientali previste dalla legge.

Tuttavia, secondo le società coinvolte, lo spegnimento completo degli altoforni potrebbe danneggiarli in modo irreversibile, rendendone necessaria la ricostruzione. La sospensione della produzione rischia quindi di tradursi, nei fatti, nella chiusura dell’attuale area a caldo.

La sentenza non stabilisce quindi quale debba essere il futuro produttivo dello stabilimento, ma conferma che la continuità industriale deve rispettare gli obblighi di tutela della salute e dell’ambiente, e che gli interventi necessari non possono essere continuamente rinviati.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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