L’introduzione della peculiarità delle Isole in Costituzione è a metà strada

Nei prossimi giorni, la proposta di riforma costituzionale di iniziativa popolare dovrebbe ricevere il primo via libera della Camera. Ecco quali conseguenze avrà
Matteo Nardone/Pacific Press
Matteo Nardone/Pacific Press
Nelle ultime settimane la Camera dei deputati sta esaminando il testo della proposta di riforma costituzionale d’iniziativa popolare che punta a modificare l’articolo 119 della Costituzione, per riconoscere la «peculiarità delle Isole» e superare «gli svantaggi derivanti dall’insularità». In altre parole, l’obiettivo dei promotori è quello di ridurre gli squilibri economici e sociali tra le Isole e il resto d’Italia. 

Una proposta di riforma costituzionale di iniziativa popolare è un progetto di riforma della Costituzione che, come tutte le leggi di iniziativa popolare, deve essere presentato al Parlamento da almeno 50 mila elettori. Il servizio legislativo della Camera ha spiegato a Pagella Politica che, almeno dal 1996, non esistono proposte di legge o di riforma costituzionale di iniziativa popolare arrivate così avanti nell’iter parlamentare: la proposta di riforma è già stata approvata a novembre 2021 dal Senato. Al momento, secondo quanto riferito dall’ufficio stampa della Camera, il voto da parte dei deputati non avverrà prima del 23 marzo e potrebbe slittare nella settimana tra il 28 marzo e il 2 aprile. Se anche la Camera dovesse dare il via libera, il testo dovrà essere riapprovato da entrambe le camere una seconda volta. 

Che cosa prevede la riforma

La proposta di riforma è stata presentata il 5 novembre 2018 dal Comitato promotore sardo per l’insularità, tra i cui membri figura l’ex presidente del Consiglio regionale della Regione Sardegna Gianfranco Ganau (Pd). La proposta di riforma ha ricevuto l’appoggio anche di diverse associazioni, tra cui la Federazione delle associazioni sarde in Italia (Fasi) e dell’Associazione nazionale comuni isole minori (Ancim), una unione volontaria di comuni delle isole minori italiane. 

Il testo della proposta, composto da un solo articolo, chiede di cambiare l’articolo 119 della Costituzione, dedicato alle risorse finanziarie degli enti locali, inserendo questa frase: «La Repubblica riconosce le peculiarità delle Isole e promuove le misure necessarie a rimuovere gli svantaggi derivanti dall’insularità». 

Questa versione non era quella prevista nel testo originario della riforma, presentato il 5 novembre 2018 al Senato. In origine, il testo prevedeva infatti che «lo Stato» riconoscesse «il grave e permanente svantaggio naturale derivante dall’insularità», disponendo «le misure necessarie a garantire un’effettiva parità e un reale godimento dei diritti individuali e inalienabili», ma è stato modificato durante l’esame in Commissione Affari costituzionali al Senato, dopo una serie di audizioni e pareri tecnici. L’attuale versione del testo è stata approvata dal Senato il 3 novembre 2021, con 223 voti favorevoli su 223 votanti.

Il 14 marzo 2022, giorno in cui è iniziato l’esame del testo della riforma in assemblea alla Camera, la relatrice Roberta Alaimo (M5s) ha spiegato che le modifiche sono state introdotte per evitare che l’insularità sia considerata esclusivamente come causa di uno svantaggio economico.     

Ma di cosa si parla nello specifico l’articolo 119 della Costituzione, che la riforma punta a modificare? Se la riforma dovesse essere approvata in via definitiva, quali effetti produrrà nel concreto?

Che cosa dice l’articolo 119 della Costituzione

L’articolo 119 della Costituzione stabilisce l’autonomia finanziaria degli enti locali italiani, ossia il cosiddetto “federalismo fiscale”. In sostanza, i comuni, le province, le città metropolitane e le regioni hanno la possibilità di gestire autonomamente le proprie entrate e le proprie uscite e possono stabilire anche imposte aggiuntive, oltre a quelle statali, per finanziare i propri servizi, come per esempio quello della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti. 

Questa autonomia finanziaria degli enti locali non è sempre esistita. Infatti, fino al 2001 – anno in cui è stata approvata la riforma del titolo V della Costituzione, quello che regola gli enti locali – l’autonomia finanziaria era prevista soltanto per le regioni. 

Oltre al principio del “federalismo fiscale”, però, la riforma costituzionale del 2001 ha eliminato dall’articolo 119 ogni riferimento al «Mezzogiorno» e alle «Isole». Questi ultimi erano previsti nel testo originario dell’articolo 119, che tra le altre cose recitava: «Per provvedere a scopi determinati, e particolarmente per valorizzare il Mezzogiorno e le Isole, lo Stato assegna per legge a singole Regioni contributi speciali».

Nel concreto, secondo il costituzionalista Alfonso Celotto, professore ordinario di diritto costituzionale all’Università Roma Tre, il riconoscimento della «peculiarità delle Isole» in Costituzione ha un valore fortemente simbolico e non produrrà cambiamenti significativi nell’ordinamento italiano. «Secondo la versione attualmente in vigore dell’articolo 119, lo Stato può già attuare piani speciali a favore delle zone del Paese più in difficoltà e gli stessi enti locali hanno il potere di fare ricorso contro lo Stato se ritengono che quest’ultimo non abbia adottato provvedimenti adeguati», ha spiegato Celotto a Pagella Politica. «Questa proposta di riforma non porterà dunque a evidenti cambiamenti, ma è molto importante da un punto di vista simbolico perché invita lo Stato ad affrontare con maggiore attenzione gli squilibri economici e sociali di cui soffrono le Isole, scomparsi dal testo dell’articolo 119 dopo la riforma del 2001», ha concluso Celotto.

Ricapitolando: la proposta di riforma costituzionale d’iniziativa popolare ha l’obiettivo di riconoscere nella Costituzione la particolarità delle Isole, per ridurre gli squilibri economici e sociali tra queste e il resto del nostro Paese. Almeno dal 1996, tra le proposte di legge e di riforma costituzionali di iniziativa popolare, questa è l’unica ad essere arrivata così avanti nell’iter parlamentare. Il percorso che porterà all’approvazione definitiva è comunque lungo.

Che cosa succede ora

Come per ogni proposta di riforma costituzionale, il testo dovrà essere approvato due volte da entrambe le camere. Dunque, dopo un’eventuale approvazione della Camera, il testo ritornerebbe al Senato. Se alla seconda votazione non dovesse essere approvato con la maggioranza dei due terzi da entrambe le assemblee, entro tre mesi, un quinto dei membri di una delle due Camere o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali potranno chiedere di sottoporre la riforma a referendum. 

Per ora il voto alla Camera non è stato calendarizzato. L’ufficio stampa della Camera ha comunicato a Pagella Politica che le votazioni saranno non prima del 23 marzo e più probabilmente saranno fissate per la settimana tra il 28 marzo e il 2 aprile. 

I tempi per l’approvazione definitiva del testo sono comunque stretti: la fine dell’attuale legislatura è fissata infatti tra meno di un anno, a marzo 2023.
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