Accelerare verso la lentezza: lo strano caso del “partito Capibara”

Sui social è nato un piccolo movimento che tra meme e citazioni di Mark Fisher vuole candidarsi alle prossime elezioni per ribaltare il sistema capitalista
ANSA
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Settimana lavorativa di 24 ore, salario minimo netto di 1.560 euro al mese e gratuità dei bisogni fondamentali. Troppo bello per essere vero? «Al massimo è troppo bello per non essere vero. Oggi viviamo nella società più abbondante di sempre: non è paradossale che gli esseri umani continuino a lavorare dalla mattina alla sera quando tutto è fatto quasi interamente dalle macchine?», racconta a Pagella Politica Davide Dibitonto, principale promotore del partito Capibara, uno dei progetti politici più insoliti comparsi online negli ultimi anni.

Nato dalle discussioni su gruppi Facebook, comunità online e pagine social, a prima vista può sembrare solo un bizzarro esperimento di comunicazione: il nome richiama un animale diventato popolare in rete; l’estetica è fatta di meme dai colori sgargianti, glitter e immagini surreali; il linguaggio alterna formule volutamente provocatorie, ironia e critica radicale al capitalismo, ispirata alle analisi del critico culturale e blogger britannico Mark Fisher.
Eppure, il partito Capibara non vuole essere soltanto un meme politico. La sua ambizione è più precisa: unire una visione del mondo dai precisi riferimenti teorici e un immaginario nato online per creare un progetto politico organizzato. «A un certo punto ci siamo detti che non bastava più immaginare. Bisognava fare il passo successivo: progettare», racconta il portavoce dei capibara. «Il nostro obiettivo è creare una società post-lavorista, in cui ogni essere umano ha del tempo libero da dedicare alla propria esistenza, senza dover per forza lavorare per vivere».

Un obiettivo decisamente troppo ambizioso per un fenomeno ancora piccolo: secondo Dibitonto, i militanti attivi oggi sono una settantina, distribuiti tra i collettivi presenti a Torino, Bologna, Milano, Padova e Roma. Nelle ultime settimane però il movimento ha iniziato a organizzare raduni dal vivo, come quello del 24 giugno a Padova, a cui hanno partecipato un centinaio di persone, soprattutto universitari fuori sede. Nei prossimi giorni invece a Roma si terrà un festival in onore di Mark Fisher, organizzato oltre che dai capibara anche da altre realtà e circoli della galassia “accelerazionista” di sinistra, una corrente politica e filosofica secondo cui il superamento del capitalismo si possa ottenere accelerando le sue caratteristiche tecnologiche per ottenere la “piena automazione” dei processi lavorativi ed economici. Ma cosa c’entrano i capibara in tutto questo?

Il simbolo del chill

Anche il nome, naturalmente, non è casuale. Il riferimento ai capibara può sembrare solo un’altra trovata nata su internet. Dopo tutto, si tratta di un animale buffo, mansueto, diventato negli ultimi anni uno dei simboli più presenti nei meme diffusi sui social. Eppure, il grande roditore originario del Sudamerica, per il partito Capibara, è diventato un piccolo simbolo di “lotta” politica al capitalismo. 

«Il capibara è il simbolo del chill, del godimento», racconta Dibitonto. Ma anche qualcosa di più: «È l’irruzione di qualcosa che non dovrebbe essere lì». Il riferimento è a una vicenda avvenuta tra il 2021 e il 2022 in Argentina, nel quartiere privato di Nordelta, a nord di Buenos Aires. Durante il periodo della pandemia di Covid-19, i capibara – animali originari delle zone umide su cui è stato costruito quel complesso residenziale – hanno “invaso” giardini, strade e piscine private di una delle aree più ricche del Paese. La scena è diventata rapidamente un’immagine perfetta per essere diffusa su internet: giganti roditori che si riprendono lo spazio sottratto loro dai ricchi. Ad agosto 2021, il quotidiano britannico The Guardian pubblicò un articolo dal titolo: “Attacco di roditori giganti o guerra di classe? I ricchi argentini irritati dai nuovi vicini”. 

Sul termine “partito” invece, ci sono da fare alcune precisazioni. Per ora il partito Capibara è in realtà più un movimento che un’organizzazione strutturata. In Italia perché un movimento possa essere considerato un partito a tutti gli effetti ha bisogno di una serie di requisiti, tra cui il principale è avere uno statuto, ossia l’insieme di regole che ne definiscono l’organizzazione interna.

Meme e iperstizioni

La storia del nome ha anche un’origine interna alle comunità online da cui il progetto proviene. Dibitonto racconta che il partito Capibara è nato durante alcune elezioni particolari, organizzate su internet nel 2022 anche come gesto di rifiuto verso le elezioni politiche di quell’anno. Era una specie di torneo tra liste immaginarie e partiti fittizi, con slogan, campagne digitali e meme. Tra i vari esperimenti, accanto al “partito Parassitario”, è comparso anche il partito Capibara. Da lì, racconta Dibitonto, quell’immaginario ha iniziato a prendere forma.

Quelle elezioni vennero chiamate “iperstizionali”. Il termine deriva da “iperstizione”, concetto filosofico con cui si intende una narrazione che può contribuire a realizzarsi da sola. In altre parole, un’idea che, circolando e orientando i comportamenti, finisce per produrre effetti concreti nella realtà. «Il partito Capibara è l’atto di irruzione di un’idea nella realtà», afferma con un certo ottimismo Dibitonto.

Una società “oltre il lavoro”

Dietro i meme e le iperstizioni, il partito Capibara rivendica un programma molto riconoscibile, anche se difficile – se non impossibile – da realizzare. Al centro c’è l’idea di una società “post-lavorista”: un mondo in cui il lavoro salariato occupi meno spazio nella vita delle persone e in cui una parte dei bisogni essenziali non dipenda più dalla capacità di pagare.

Per arrivarci il movimento indica tre pilastri. Il primo è la riduzione della settimana lavorativa a 24 ore: sei ore al giorno, per quattro giorni alla settimana, dato che l’automazione e la ricchezza già prodotta dalla società rendono ormai anacronistica la settimana di 40 ore. La proposta è legata a un salario minimo netto di 15 euro l’ora, pari a 1.560 euro netti al mese. Il secondo pilastro riguarda la gratuità dei bisogni fondamentali, al centro di quella che il movimento chiama «gratuitismo», ovvero l’idea che casa, utenze, cibo, trasporti, sanità e istruzione debbano essere sottratti al mercato e garantiti gratuitamente a tutti. A questo si lega infine il terzo pilastro, un reddito universale di base da 500 euro al mese, pensato come misura incondizionata e destinata a crescere con l’automazione. Sarebbe una quota della ricchezza prodotta collettivamente dalla tecnologia da redistribuire a tutti.

Se queste proposte non sembrano ancora abbastanza radicali, il partito Capibara propone inoltre una patrimoniale del 100 per cento per i patrimoni sopra i 6 milioni e 660 mila euro. Un vero e proprio esproprio delle ricchezze per chi supera questa soglia simbolica che, a partire dal numero scelto, lascia trapelare una sorta di demonizzazione della ricchezza. Per questo la proposta di patrimoniale avanzata da partiti come Alleanza Verdi-Sinistra per Dibitonto e i Capibara chiede solo «le briciole» e si limita a ritoccare il sistema senza mettere davvero in discussione il capitalismo.

Tutte queste proposte, politicamente comprensibili nell’immaginario radicale dei capibara, si scontrano però con il sistema politico ed economico attuale e sono di fatto irrealizzabili nel breve periodo. Il programma combina, nello stesso pacchetto, riduzione dell’orario di lavoro, salario minimo molto alto e reddito universale, oltre a servizi come la casa e il cibo garantiti a tutti: ma non è chiaro come questi risultati possano essere ottenuti in un contesto come quello italiano, in cui lo Stato spende oltre mille miliardi di euro per finanziare la spesa pubblica e i vincoli europei legati al debito pubblico limita moltissimo la possibilità di finanziare nuove spese. Senza parlare del fatto che un esproprio totale dei beni sopra una certa soglia andrebbe contro i principi garantiti dalla Costituzione.

Le elezioni del 2027

I capibara non nascondono l’intenzione di volersi presentare ufficialmente alle prossime elezioni politiche, previste per il 2027. D’altronde, anche alle scorse elezioni del settembre 2022 hanno tentato di presentarsi diversi schieramenti “antisistema”, più o meno diffusi sul territorio nazionale, che presentavano programmi politici bizzarri e decisamente radicali, che si collocavano contro il «mainstream» e il «pensiero unico».

Per queste liste, però, lo scoglio più difficile è senza dubbio quello della raccolta firme. La legge che regola le elezioni di Camera e Senato stabilisce infatti che per potersi presentare alle elezioni politiche i partiti che non sono già presenti in Parlamento debbano raccogliere minimo 1.500 firme di cittadini iscritti alle liste elettorali in ognuno dei 49 collegi plurinominali della Camera e in ognuno dei 26 collegi plurinominali del Senato. Parliamo quindi di 112.500 firme minime da raccogliere in tutta Italia, un numero ben oltre le possibilità attuali del partito Capibara, che però non demorde e anzi ha organizzato una prima raccolta di adesioni, pensata per capire quante persone siano davvero interessate al progetto. «Le adesioni sono una pre-raccolta», dice Dibitonto. «Poi, se vediamo che c’è una base reale, prendiamo i pulmini e andiamo a raccogliere le firme una a una. Dobbiamo fare un passo avanti per poter poi rallentare. Vogliamo accelerare verso la lentezza». 

Al netto delle possibili difficoltà nel presentarsi alle prossime elezioni, il partito Capibara non deve essere trascurato come fenomeno. Come hanno raccontato di recente i nostri colleghi di Facta, è già successo che un movimento satirico online si trasformi in un partito e diventi virale a livello internazionale. È questo il caso del  “Cockroach Janta Party” (in italiano il “Partito del Popolo delle blatte”), un movimento nato in India negli ultimi mesi e che si oppone al governo di Narendra Modi. Il partito delle blatte ha come simbolo uno scarafaggio, che rappresenta la Gen Z indiana, e in pochi mesi ha raggiunto 22 milioni di follower su Instagram.

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