Scarcerazione non equivale ad assoluzione
Alla fine delle 37 pagine, la giudice Landoni ha respinto entrambe le richieste della procura. Il fermo non è stato convalidato perché mancavano elementi concreti per ritenere che Siher volesse fuggire; la custodia cautelare in carcere è stata invece negata perché, secondo la giudice, le prove raccolte non consentivano di riconoscere gravi indizi di colpevolezza per i reati contestati.
Questo secondo passaggio è forse il più importante per comprendere la vicenda. L’ordinanza non si limita a considerare eccessiva la detenzione del ricercatore rispetto alla sua situazione personale, ma mette in discussione la stessa qualificazione penale dei comportamenti sui quali si fondavano le accuse della procura. Questa decisione non equivale comunque a un’assoluzione. Le indagini proseguiranno e i pubblici ministeri potranno raccogliere nuovi elementi, approfondire le circostanze emerse o anche impugnare il provvedimento nelle forme previste dalla legge. Siher rimane dunque indagato senza essere sottoposto alla misura cautelare richiesta. Che il governo consideri insufficienti gli strumenti disponibili per garantire la sicurezza durante le manifestazioni è una posizione politica sulla quale può legittimamente aprirsi un confronto. La responsabilità penale di un indagato, però, deve essere accertata attraverso le prove, secondo le regole previste dall’ordinamento.
Nel caso di Siher, la procura ha formulato accuse gravi, sostenendo che dietro l’organizzazione delle proteste ci fosse un progetto di violenza. La giudice ha esaminato quelle accuse e, sulla base degli elementi finora acquisiti, ha ritenuto che non vi fossero le condizioni per mantenerlo privato della libertà: una conclusione che potrà essere contestata nelle sedi giudiziarie, ma che ha motivazioni molto più articolate di quanto lasci intendere nel video la presidente del Consiglio.