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Il fact-checking delle comunicazioni di Meloni al Senato

Dal fenomeno migratorio al fiscal drag, abbiamo verificato sei dichiarazioni della presidente del Consiglio, che non sempre è stata precisa
ANSA
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Nella mattinata di mercoledì 14 ottobre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha tenuto in Senato le comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre. Al vertice di Bruxelles i leader europei discuteranno di competitività, prezzi dell’energia, sicurezza e sostegno all’Ucraina. Nel pomeriggio è atteso il suo intervento alla Camera.

In Parlamento, Meloni ha dedicato molto spazio all’immigrazione. Dai dati sui rimpatri ai controlli alle frontiere, passando per i centri in Albania, abbiamo verificato sei dichiarazioni della presidente del Consiglio, che in alcuni casi è stata imprecisa.

I dati di Frontex

«Non lo dice il governo, lo dicono i dati di Frontex: in due anni gli attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell’Unione si sono più che dimezzati. Quest’anno il calo prosegue: -35 per cento nei primi 8 mesi rispetto allo scorso anno. Sul Mediterraneo centrale, cioè la rotta che coinvolge l’Italia, gli arrivi sono diminuiti di oltre la metà»

I numeri citati da Meloni sono corretti. Secondo un rapporto di Frontex, l’agenzia europea della guardia costiera e di frontiera, gli attraversamenti irregolari in ingresso sono passati da circa 381 mila nel 2023 a poco meno di 178 mila nel 2025. Si tratta di un calo del 53 per cento, quindi più della metà, come affermato dalla presidente del Consiglio. Passando ai dati sui primi otto mesi del 2026, Frontex segnala che ci sono stati 75 mila attraversamenti rilevati tra gennaio e agosto, il 35 per cento in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Sulla rotta che coinvolge anche l’Italia, quella del Mediterraneo centrale, nello stesso periodo le rilevazioni hanno registrato una diminuzione del 55 per cento. 

Per essere precisi, Frontex parla di «attraversamenti» rilevati dalle autorità, e una stessa persona può essere registrata più volte. Questi dati non rappresentano quindi un conteggio delle persone entrate irregolarmente nell’UE.

Il trattato di Schengen

«Il codice Schengen prevede espressamente la possibilità di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne per esigenze di ordine pubblico e di sicurezza. Si tratta difatti di uno strumento utilizzato regolarmente: dal 2006 a oggi gli Stati membri vi hanno fatto ricorso quasi 500 volte e in oltre 30 casi i controlli hanno riguardato direttamente l’Italia. La Francia, ad esempio, mantiene controlli alla frontiera con noi da oltre 10 anni»

La presidente del Consiglio richiama le regole di Schengen per difendere la decisione del governo di ripristinare i controlli sui collegamenti aerei e marittimi con la Spagna – introdotti il 1° agosto e prorogati fino al 16 ottobre – dopo gli ingressi irregolari a Ceuta, l’exclave spagnola nel Nord dell’Africa, di fine luglio. 

La possibilità citata da Meloni è effettivamente prevista dal Codice frontiere Schengen, e permette agli Stati di ripristinare temporaneamente i controlli alle frontiere interne in caso di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza interna. Viene precisato però che si deve trattare di una misura eccezionale, da utilizzare come ultima possibilità.

Quanto ai numeri, Meloni sostiene che dal 2006 questo strumento sarebbe stato utilizzato «quasi 500 volte» dagli Stati membri dell’UE. Il registro della Commissione europea, aggiornato al 7 ottobre, conferma che la cifra è sostanzialmente corretta, ma comprende anche le proroghe dei controlli e i Paesi associati a Schengen, che non fanno parte dell’UE, come Norvegia e Svizzera. Sono documentati anche i trenta casi riguardanti le frontiere con l’Italia, sempre contando le proroghe. 

È corretto anche il riferimento al caso francese. I controlli introdotti nel novembre 2015 – che comprendono anche il confine italiano – sono stati mantenuti attraverso rinnovi successivi, per quasi 15 anni.

I rimpatri

«Quest’anno i rimpatri hanno registrato il livello più alto mai registrato nello stesso periodo»

Secondo i dati del Ministero dell’Interno aggiornati a fine settembre 2026, da inizio anno sono state rimpatriate 6.543 persone migranti, un dato più elevato di quello ottenuto nello stesso periodo del 2025 e del 2024. 

Fare un confronto con gli anni precedenti però non è semplice perché non sono pubblicamente disponibili dati sui primi nove mesi per ciascun anno. Per questo è necessario guardare ai rimpatri svolti ogni anno tra gennaio e dicembre. Considerando le annualità intere, l’anno in cui sono stati eseguiti più rimpatri è il 2018, con 8.033 rimpatri, seguito dal 2017 con 7.383 rimpatri. Per raggiungere i dati del 2018 sarebbe necessario in questi tre mesi rimpatriare ancora quasi 1.500 persone. Bisognerà attendere la fine dell’anno per capire se effettivamente il 2026 diventerà l’anno con più rimpatri da quando sono disponibili i dati, e cioè dal 2014. 

«Grazie alla collaborazione con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni con Algeria, Libia e Tunisia, negli ultimi due anni circa 65 mila migranti sono tornati volontariamente nei loro Paesi di origine prima ancora di tentare di attraversare il Mediterraneo»

Meloni qui fa un po’ di confusione. Il dato dei 65 mila migranti è stato citato anche dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi a gennaio 2026, durante una riunione dei ministri di Giustizia e Affari interni dell’Unione europea a Cipro. In quell’occasione Piantedosi aveva detto che l’Italia «grazie alla collaborazione con l’OIM (l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, ndr) e con i Paesi di transito dei migranti, ha sviluppato un modello operativo che negli ultimi due anni, ha favorito il rimpatrio volontario assistito di circa 65 mila persone, dai territori di Algeria, Libia e Tunisia verso i Paesi di origine». Bisogna però fare alcune specifiche.

I rimpatri volontari assistiti sono programmi attraverso i quali l’OIM aiuta le persone che non possono o non vogliono rimanere nel Paese in cui si trovano a tornare nel proprio Paese d’origine, e sono attivi anche in Nord Africa. Secondo i dati dell’OIM riportati in un documento del Consiglio dell’Unione europea dell’anno scorso, «nel 2024, Libia, Nigeria, Algeria e Tunisia, sono stati i quattro principali Paesi di partenza per i rimpatri assistiti dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, facilitando complessivamente il ritorno volontario di oltre 40.000 migranti, principalmente verso altri Paesi africani». Per il 2025 invece secondo le verifiche di Pagella Politica non sono ancora disponibili dati ufficiali. Al netto dei dati però, questi numeri da soli non permettono di stabilire quante persone migranti abbiano effettivamente rinunciato ad attraversare il Mediterraneo.

I programmi di rimpatrio assistito non riguardano necessariamente persone che avevano intenzione di raggiungere l’Europa, né solo persone che non avevano ancora tentato la traversata del Mediterraneo. Possono beneficiarne anche migranti che si trovano nei Paesi del Nord Africa per lavorare, persone bloccate lungo le rotte migratorie o altre ancora che avevano già tentato di raggiungere l’Europa senza però riuscirci. Insomma, Meloni cita dati plausibili, ma arriva a conclusioni troppo affrettate.

Modello Italia o modello Europa?

«L’Italia ha aperto la strada con i centri in Albania e oggi i return hubs nei Paesi terzi sono previsti dalle norme europee e sono molti gli Stati membri che vogliono percorrere questa strada»

Questa è un’affermazione che Meloni e altri membri del governo ripetono spesso, eppure le cose non stanno proprio come le ha descritte la presidente del Consiglio. 

Prima di tutto i cosiddetti return hub sono i centri destinati a persone che non hanno diritto a rimanere in Unione europea e che sono soggette a una decisione di rimpatrio. Come abbiamo ricostruito in un altro articolo, la Commissione europea ha inserito i return hub nella proposta di regolamento sul sistema comune dei rimpatri che è stata presentata l’11 marzo 2025. Queste nuove regole consentono agli Stati UE di stringere accordi con i Paesi terzi per trasferire persone sottoposte a decisioni di rimpatrio, a patto che si rispettino alcune regole. I return hub quindi possono essere la destinazione finale della persona, oppure funzionare come centri di trasferimento da cui poi organizzare il rimpatrio verso il Paese di origine o il Paese terzo sicuro.

Presentare i return hub come un’estensione del modello italiano però non è corretto. L’11 marzo 2025, e cioè quando la Commissione li ha inseriti nella proposta di regolamento, i centri previsti dal Protocollo Italia-Albania esistevano già, ma quello di Gjadër non si poteva utilizzare per trasferire le persone trattenute nei centri di permanenza per il rimpatrio (CPR). Quella possibilità è stata introdotta solo qualche settimana dopo la decisione della Commissione, il 28 marzo 2025. In poche parole, il modello italiano che precede la proposta della Commissione aveva una funzione diversa da quella dei return hub europei.

Il fiscal drag

«La Banca centrale europea ha messo nero su bianco il fatto che attraverso gli strumenti di sostegno al reddito – dalla riforma dell’IRPEF, chiaramente la decontribuizione – che sono stati fatti in questi anni, questo governo ha restituito più di quanto ha preso attraverso il drenaggio fiscale, aiutando in particolar modo i lavoratori dipendenti»

La dichiarazione di Meloni è corretta, ma va fatta una precisazione. Il drenaggio fiscale è il fenomeno per cui l’inflazione aumenta i redditi nominali dei contribuenti, costringendoli a pagare più tasse anche se il loro potere d’acquisto rimane invariato. Uno studio pubblicato dalla Banca centrale europea (BCE) conclude che le modifiche all’Irpef e i tagli contributivi hanno più che compensato il drenaggio fiscale, beneficiando soprattutto i dipendenti. Il confronto riguarda però il periodo tra il 2019 e il 2023 e comprende interventi dei governi precedenti, dato che l’esecutivo di Meloni si è insediato ad ottobre 2022. Una successiva analisi dell’Istat sul periodo 2021-2026 ha comunque confermato una compensazione complessiva.

Compensare gli effetti del drenaggio negli anni non impedisce però che il fenomeno si ripeta. Come segnalato dall’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB), senza adeguare le regole fiscali all’inflazione o introdurre altri correttivi, nuovi aumenti dei redditi nominali continueranno a generare drenaggio fiscale nei prossimi anni.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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