Pubblicato: mercoledì 24 aprile 2019
Photo: Credits: Ansa
Esporto dunque sono?

Il 15 aprile, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia ha dichiarato che l’Italia è un Paese che «vive di export». Il nostro Paese esporterebbe all’anno «560 miliardi di euro, di cui l’80 per cento grazie all'industria».

Ma le cifre citate da Vincenzo Boccia sono corrette? Davvero il nostro è un Paese che «vive di export», e quanto il peso delle esportazioni è un’eccezione italiana?

Abbiamo verificato.

Le cifre dell’export italiano

Come avevamo già avuto modo di verificare, i numeri da cui parte Vincenzo Boccia sono sostanzialmente corretti.

Nel 2017 il nostro Paese ha esportato beni per 449,1 miliardi di euro. Nello stesso anno l’export di servizi italiani (trasporti, servizi finanziari, costruzioni, ecc.) era stato pari a 98,8 miliardi di euro. Il totale dell’export nel 2017 - beni più servizi - è quindi pari a 548 miliardi di euro, di cui il 78 per cento composto da prodotti dell’industria (merci) e il 22 per cento da servizi.

I dati per il 2018 sono provvisori ed incompleti. È però possibile stimare un aumento dell’export italiano rispetto all’anno precedente, fino alla cifra di circa 565 miliardi di euro. Vediamo come.

Il valore dell’export di merci nel 2018 è valutato in 462,8 miliardi di euro. Per quanto riguarda invece i servizi, i dati coprono soltanto il periodo compreso tra gennaio e settembre 2018. Se assumiamo che la variazione rispetto allo stesso periodo del 2017 (+3,9 per cento) sia continuata grosso modo fino alla fine dell’anno, otteniamo un valore dell’export di servizi pari a circa 102,7 miliardi di euro [1]. Sommato ai dati sull’esportazioni di merci si ottiene un totale di circa 565,6 miliardi di euro, di cui l’82 per cento è composto da merci e il restante 18 per cento da servizi.

Quanto è “vitale” l’export per l’Italia?

Vincenzo Boccia ritiene che le esportazioni siano vitali per il nostro Paese. Ma è davvero così? Per scoprirlo utilizzeremo tre indicatori diversi: l’apertura dell’economia italiana al commercio, il peso dell’esportazioni sul Pil e la partecipazione dell’Italia alle catene globali del valore (global value chains).

L’apertura dell’economia italiana

Per misurare il livello di apertura di un’economia al commercio internazionale si è soliti pesare la somma di esportazioni e importazioni rispetto al Pil (un indicatore noto come Trade openness). Secondo i dati della Banca Mondiale, il commercio ha in effetti un'importanza vitale per l'economia italiana: nel 2017 pesava per il 59,5 per cento del Pil. Ma l’Italia, con questa percentuale, risulta comunque ultima in classifica tra i Paesi dell'Unione. Infatti, guardando - ad esempio - ai principali Paesi europei, hanno fatto tutti meglio dell'Italia: Belgio (169 per cento), Olanda (161 per cento), Germania (86,8 per cento), Spagna (65,5 per cento), Francia (62,8 per cento), Regno Unito (62,4 per cento).

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Grafico: Commercio rispetto al Pil - Fonte: World Bank

Dunque questo primo indicatore dimostra che è vero, come sostiene Boccia, che l’export - facendo parte del commercio in senso lato - sia vitale per l’Italia. Allo stesso tempo però è evidente come sia ancora più vitale per gli altri Stati Ue.

Il peso delle sole esportazioni

Se poi guardiamo solamente alle esportazioni, nel 2017 l’Italia, con un peso di queste pari al 31,3 per cento sul Pil, si classifica davanti a Paesi come Francia (30,8 per cento del Pil) e Regno Unito (30,5 per cento del Pil). Si trova però alle spalle di Spagna (34,1 per cento del Pil) e Germania (47,2 per cento del Pil).

L’importanza delle esportazioni per Roma è dunque anche in questo caso confermata. Per molti altri Stati Ue, comunque, l’export è ancora più fondamentale che per l'Italia.

Le esportazioni italiane nelle Global Value Chains

Ma veniamo al terzo indicatore, quello delle catene globali del valore (global value chains). Nel secolo scorso la maggior parte delle esportazioni era il risultato della produzione di un solo Paese. Oggi molti prodotti finiti sono invece il frutto di vari passaggi tra Paesi lungo la catena globale di produzione. È questo ad esempio il caso di un prodotto “italiano” come Nutella: prodotta in tre continenti (Europa, America e Oceania), la Nutella viene fatta con zucchero brasiliano, olio di palma malese, cacao nigeriano, nocciole turche e vanillina dalla Cina.

Immagine: Mappa della catena globale del valore di Nutella® - Fonte: Ferrero

Esportazioni e importazioni non tengono completamente conto di questi diversi passaggi tra Paesi differenti, registrando solamente la parte finale del commercio internazionale. Per questa ragione è stata introdotta l’idea delle catene globali del valore (global value chains), utile a stabilire il valore aggiunto da ciascun Paese durante il processo di produzione.

La partecipazione può essere di due tipi: in avanti (forward participation) e all’indietro (backward participation). La prima avviene quando un Paese partecipa a una fase del processo di produzione senza essere l’esportatore finale del prodotto. Ad esempio: una macchina ideata in Germania viene assemblata in Italia e venduta negli Stati Uniti. La seconda invece si riferisce al valore aggiunto degli input che sono stati importati per creare un prodotto da esportare. Ad esempio: gli Stati Uniti importano risorse naturali dall’Africa per la produzione di computer. Quindi, maggiore è la partecipazione di un Paese nelle catene globali del valore, maggiore è il peso che le esportazioni (o più nello specifico il commercio internazionale) hanno sulla ricchezza del Paese stesso.

I dati più aggiornati sulla partecipazione dell’Italia alle catene globali del valore arrivano solamente fino al 2011. Nonostante siano un po' datati, mostrano come - ancora una volta - tali catene siano molto importanti per l’Italia, ma allo stesso tempo vi siano Paesi che partecipano in maniera più consistente rispetto al nostro.

Infatti, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc, o Wto nella sigla inglese), il 47,5 per cento delle esportazioni lorde italiane era parte di una di queste catene, mentre la restante parte erano esportazioni dirette verso i Paesi consumatori. Con questo valore, l’Italia si piazzava però solamente in 36° posizione su 63 paesi analizzati [2].

Chi vive per l’export?

Alla luce dei dati analizzati si può trarre una semplice conclusione: nell’economia globalizzata del XXI secolo, tutti i Paesi vivono di esportazioni (e di commercio internazionale), inclusa l’Italia. Come hanno mostrato i dati sul peso dell’esportazioni e del commercio sul Pil, e quelli sulle catene globali del valore, per il nostro Paese è vitale il commercio con l’estero. Ma non siamo gli unici in questa situazione, anzi. Molti Paesi sono ancora più dipendenti dell’Italia dagli scambi internazionali.

Un calo delle esportazioni o una spinta verso l’autarchia (produzione e consumo di soli prodotti nazionali) metterebbe insomma in difficoltà l’Italia tanto quanto (e a volte anche in misura maggiore) le altre economie sviluppate.

In conclusione

Vincenzo Boccia ha dichiarato che l’Italia è un paese che «vive di export», esportando ogni anno prodotti per un valore di 560 miliardi di euro. L’80 per cento di queste esportazioni sarebbe poi il risultato della produzione industriale.

I dati riportati da Vincenzo Boccia relativi all’export sono corretti: sia i dati per il 2017 sia le stime per il 2018 confermano l’entità delle esportazioni italiane (circa 550 miliardi di euro nel 2017 e 565 nel 2018) e la quota di produzione industriale riportata (circa l’80 per cento del totale delle esportazioni).

Corretto poi sostenere che l'export, e il commercio internazionale in generale, siano vitali per l'Italia. Ma bisogna anche tener conto del fatto che questo è vero per tutte le economie sviluppate. Anzi, nelle classifiche sul peso dell’export e del commercio internazionale sul Pil, diversi Stati europei vengono prima dell’Italia.


[1] Sulla base del risultato dell’export dei servizi per l’intero 2017 (98,873 miliardi di euro).

[2] Per controllare quanti paesi avessero un tasso di partecipazione inferiore a quello dell’Italia (47,5 per cento) fare riferimento a questo report dell’Omc.

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