Pagella Politica Logo
SOSTIENICI

Tutte le proteste in corso contro il governo Meloni

Da Taranto a Genova, passando per le principali città universitarie, abbiamo riassunto i motivi delle manifestazioni, dai rincari dei carburanti al costo degli affitti
ANSA
ANSA
Dall’inizio di ottobre, in diverse parti d’Italia si sono susseguite proteste e manifestazioni. Nel Sud Italia gli autotrasportatori hanno organizzato presìdi e blocchi stradali contro il caro gasolio, mentre a Bari gli olivicoltori sono scesi in piazza per il calo dei prezzi dell’olio. A Taranto e Genova i lavoratori dell’ex Ilva hanno scioperato per chiedere garanzie sul futuro degli stabilimenti. Nel frattempo, gli studenti delle scuole e delle università hanno manifestato in numerose città contro le politiche del governo, mentre i lavoratori portuali si sono mobilitati contro il passaggio di armamenti negli scali italiani. A fianco alle proteste pacifiche, in alcune città ci sono stati atti di vandalismo e scontri con le forze dell’ordine. 

Al di là degli scontri di cui si parla molto in questi giorni, gli studenti e i lavoratori che sono scesi in piazza pacificamente hanno manifestato per ragioni e obiettivi diversi. Vediamo quali sono le principali mobilitazioni, le politiche contestate e le richieste dei manifestanti.

Gli autotrasportatori contro il caro gasolio

Le proteste degli autotrasportatori interessano soprattutto il Sud Italia, ma le mobilitazioni sono distinte e non fanno tutte parte dello stesso sciopero. Le rivendicazioni riguardano principalmente l’aumento del costo del gasolio e la richiesta di interventi economici da parte del governo.

In Calabria Fedralog ha proclamato un fermo degli autotrasportatori dal 16 al 20 ottobre, con presìdi nei porti e lungo le principali strade. In Sicilia, invece, la protesta ha rallentato il trasporto delle merci, soprattutto nei porti, e potrebbe proseguire fino al 27 ottobre se l’incontro con il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, previsto per il 20 ottobre, non porterà a un accordo. In Puglia dall’11 ottobre e a seguire in Basilicata si sono susseguiti presìdi e blocchi stradali che hanno coinvolto autotrasportatori e, in alcuni casi, anche agricoltori. Le proteste hanno causato difficoltà nei rifornimenti di carburante e nella distribuzione delle merci ai supermercati. 

Il caro gasolio pesa direttamente sui costi delle imprese di trasporto. Il 25 febbraio 2026, tre giorni prima dell’inizio degli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, il prezzo medio nazionale del gasolio in modalità self-service era pari a 1,714 euro al litro, secondo le elaborazioni di Staffetta Quotidiana sui dati dell’Osservatorio prezzi carburanti del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Il 16 ottobre, secondo i dati più recenti del MIMIT, il prezzo medio del gasolio aveva raggiunto 2,256 euro al litro, registrando un aumento di circa il 32 per cento.

A marzo il governo ha introdotto un credito d’imposta per compensare parte della maggiore spesa sostenuta per il gasolio. Si tratta di un contributo che le imprese possono utilizzare per pagare meno tasse e che può coprire fino al 70 per cento dei maggiori costi ammissibili. Inizialmente previsto per il periodo da marzo ad agosto, è stato poi esteso anche a settembre e ottobre. Per le richieste relative al periodo marzo-agosto, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha comunicato che gli importi richiesti superavano i fondi disponibili e che i contributi sono stati quindi ridotti proporzionalmente. Alle tensioni del settore si aggiunge anche la mancata proroga dello sconto sulle accise del gasolio, scaduto il 5 ottobre. La fine dell’agevolazione ha contribuito ai rincari alla pompa.

Sul fronte degli investimenti, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha stanziato 590 milioni di euro per aiutare le imprese di autotrasporto ad acquistare nuovi camion tra il 2027 e il 2031. Le aziende chiedono di poter accedere più rapidamente ai contributi, per i quali il ministero deve ancora definire le modalità operative. 

Un’altra richiesta riguarda gli incentivi per il trasporto merci via mare. Il programma Sea Modal Shift, che ha sostituito il precedente Marebonus, prevede contributi alle imprese di autotrasporto che scelgono di imbarcare i propri mezzi sulle navi, riducendo così i chilometri percorsi su strada. La questione riguarda in particolare la Sicilia, dove il Comitato autotrasportatori siciliani ha incluso i ritardi nei pagamenti tra le ragioni del fermo. I promotori delle proteste chiedono al governo delle risposte e minacciano di proseguire la mobilitazione in assenza di impegni.

Le proteste contro il calo del prezzo dell’olio

Il 12 ottobre, a Bari, circa 2 mila olivicoltori – secondo gli organizzatori – hanno protestato contro l’aumento dei costi di produzione e il calo dei prezzi dell’olio. Nella campagna 2025-2026, la produzione italiana è aumentata del 31 per cento rispetto alla precedente. A fine settembre, le giacenze di oli da oliva in Italia superavano le 195 mila tonnellate, il 46,7 per cento in più rispetto a un anno prima. La disponibilità di prodotto risente sia della produzione nazionale sia degli approvvigionamenti dall’estero.

Nel settembre 2026, il prezzo medio all’origine dell’olio extravergine italiano, cioè il prezzo pagato ai produttori, era di 4,81 euro al chilo, quasi il 50 per cento in meno rispetto allo stesso mese del 2025. L’aumento dell’offerta contribuisce a esercitare pressione sui prezzi e rende più difficile per i produttori recuperare i costi. Gli olivicoltori chiedono così al governo di riconoscere lo stato di crisi del settore e di attivare sostegni straordinari, tra cui la sospensione di rate e contributi previdenziali, aiuti ai frantoi e lo stoccaggio privato dell’olio. Chiedono inoltre controlli più rigorosi sull’origine dei prodotti e un sistema elettronico per seguirne gli spostamenti.

E il futuro dell’Ilva?

Le proteste dei lavoratori dell’ex Ilva sono iniziate il 12 ottobre, dopo la sospensione delle attività produttive nell’area a caldo dello stabilimento di Taranto, decisa dall’azienda a partire dal 9 ottobre. La decisione è legata a un provvedimento della Corte d’Appello di Milano che impone lo spegnimento degli impianti per ragioni legate alla tutela della salute e dell’ambiente. Il governo è intervenuto con diverse misure di sostegno ai lavoratori e ha indicato come obiettivi la continuità della produzione di acciaio, la vendita degli impianti e la riconversione industriale.

I sindacati contestano però l’assenza di garanzie occupazionali durature e temono che migliaia di persone restino in cassa integrazione. Chiedono per questo un piano industriale di lungo periodo che tuteli l’occupazione e affronti anche le questioni ambientali e sanitarie.

I lavoratori hanno scioperato e bloccato le strade di accesso alla raffineria ENI di Taranto, ostacolando l’uscita delle autocisterne che trasportano carburante. Le proteste hanno provocato carenze di carburante in decine di distributori e limitazioni precauzionali ai rifornimenti negli aeroporti di Bari e Brindisi. Il 16 ottobre i sindacati hanno sospeso lo sciopero, in attesa di un nuovo confronto con il governo previsto per il 27 ottobre.

Una posizione diversa è emersa nella manifestazione del 17 ottobre a Taranto, promossa dalla rete “Onda del Futuro”, che ha chiesto la chiusura del polo siderurgico, la bonifica delle aree inquinate, oltre a maggiori tutele per la salute. I promotori chiedono anche alternative economiche e occupazionali per il territorio e per i lavoratori dell’impianto e dell’indotto.

Anche a Genova i lavoratori dello stabilimento ex Ilva di Cornigliano protestano contro il rischio di fermata produttiva e la perdita di posti di lavoro. Dopo uno sciopero la settimana precedente e un accordo temporaneo sulle forniture di acciaio, il 19 ottobre la mobilitazione è ripresa in seguito all’annuncio di un aumento della cassa integrazione da parte di Acciaierie d’Italia, la società che gestisce gli stabilimenti siderurgici del gruppo. Dopo un’assemblea ai cancelli della fabbrica, centinaia di lavoratori hanno raggiunto e occupato l’area partenze dell’aeroporto, chiedendo al governo di garantire le forniture di acciaio necessarie a mantenere attiva la produzione.

Gli studenti contro il governo

Le mobilitazioni studentesche sono iniziate a inizio ottobre, sulla scia delle proteste francesi. Il 5 ottobre, a Torino, sono stati occupati il liceo Regina Margherita e l’istituto Carlo Ignazio Giulio, seguiti da altri istituti in tutta Italia. Gli studenti denunciano edifici scolastici inadeguati, carenze di personale e costi elevati per materiali didattici e trasporti.

Il 16 ottobre la mobilitazione è confluita nel cosiddetto “No Meloni Day”, con cortei in numerose città, a cui hanno partecipato migliaia di persone. Con lo slogan «Soldi alla scuola, non alla guerra», i manifestanti hanno chiesto al governo di investire maggiormente nell’istruzione e nel diritto allo studio.

Anche gli universitari hanno protestato su questioni specifiche. Il 15 ottobre, alla Sapienza di Roma, un corteo ha denunciato il caro affitti, l’emergenza abitativa e gli sfratti, chiedendo un’università più accessibile. Il giorno successivo, gli allievi della Scuola Normale di Pisa hanno occupato lo scalone della sede principale per manifestare contro il piano strategico dell’istituto, i tagli ai fondi per la mobilità, la riduzione degli orari delle biblioteche e la scarsa partecipazione degli studenti alle decisioni.

Tra i provvedimenti contestati c’è il cosiddetto decreto Scuola, approvato dal governo a fine settembre, che introduce dal prossimo anno scolastico un limite del 30 per cento nelle classi prime per alcune categorie di studenti con cittadinanza non italiana. Gli studenti protestano inoltre contro il modello “4+2” degli istituti tecnici e professionali, che prevede quattro anni di scuola secondaria seguiti da due anni di formazione tecnologica superiore, e chiedono interventi contro il costo dei materiali scolastici, dei trasporti e degli alloggi.

Le proteste chiamano in causa anche le priorità di spesa del governo. In generale, gli studenti contestano l’aumento delle risorse destinate alla difesa e chiedono maggiori investimenti nell’istruzione, sostenendo che il governo dovrebbe destinare più fondi alle scuole e alle università anziché alle spese militari.

I portuali contro il riarmo

Da mesi alcuni lavoratori portuali protestano contro il transito di armamenti negli scali italiani, soprattutto quando sono destinati a Paesi coinvolti in conflitti. I manifestanti criticano in particolare il ruolo dell’Italia negli attacchi di Israele a Gaza e le politiche di riarmo, chiedendo di destinare maggiori risorse ai servizi pubblici. Al centro delle rivendicazioni c’è anche l’applicazione di una legge del 1990, che disciplina l’esportazione e il transito di materiali d’armamento.

Il tema della trasparenza è emerso recentemente nel caso del porto di Ravenna. Il 16 ottobre il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, confermando l’obbligo di comunicare i quantitativi aggregati di materiale bellico transitato nello scalo, senza divulgarne provenienza e destinazione. La richiesta era stata presentata dalla giornalista Linda Maggiori e dall’avvocato Andrea Maestri attraverso l’accesso civico generalizzato, che permette a chiunque di chiedere documenti e informazioni alle pubbliche amministrazioni. 

Il 30 ottobre è prevista una nuova giornata internazionale di mobilitazione, promossa da organizzazioni sindacali di 10 Paesi e destinata, secondo i promotori, a coinvolgere oltre 50 porti. In Italia, l’Unione Sindacale di Base (USB) ha proclamato per la stessa data uno sciopero generale contro la guerra, il riarmo e il carovita.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

È uscita la nostra guida sulla legge elettorale, riservata ai sostenitori.
Sostienici per accedere a tutte le guide esclusive, newsletter riservate, video e molto altro.
INIZIA AD INFORMARTI MEGLIO
Newsletter

Politica di un certo genere

Ogni martedì
In questa newsletter proviamo a capire perché le questioni di genere sono anche una questione politica. Qui un esempio.