Pagella Politica Logo
SOSTIENICI

Meloni racconta solo una parte della storia sugli stipendi dei magistrati

La presidente del Consiglio ha detto che non firmerà il decreto per gli aumenti, ma la questione è più complessa e la decisione dei giudici dovrà comunque essere rispettata
ANSA
ANSA
Il 18 ottobre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è tornata a parlare di magistratura, questa volta a proposito degli stipendi dei magistrati. All’agenzia Adnkronos Meloni ha dichiarato l’intenzione di non firmare il decreto necessario ad adeguare le retribuzioni dei magistrati. «In coscienza non posso mettere la mia firma su un DPCM (decreto del presidente del Consiglio dei ministri, ndr) con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati», ha detto la presidente del Consiglio. «Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario. Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità», ha aggiunto.

Le parole di Meloni hanno provocato la reazione dell’Associazione nazionale magistrati (ANM), la principale associazione rappresentativa della categoria, che ha annunciato la possibilità di fare ricorso contro il mancato adeguamento degli stipendi dei magistrati.

Ma la ricostruzione di Meloni tralascia un elemento importante: gli adeguamenti degli stipendi non sono aumenti che il governo può decidere liberamente di concedere o meno. Sono previsti dalla legge e, in questo caso, derivano anche da sentenze che hanno imposto di correggere i calcoli effettuati negli anni passati. Per questo, il rifiuto di firmare il decreto non basta a cancellare questi obblighi.

Gli stipendi dei magistrati

Per capire perché il rifiuto di Meloni non basta a bloccare gli adeguamenti, bisogna partire dalle regole che disciplinano gli stipendi dei magistrati. A differenza della maggior parte dei dipendenti pubblici, le loro retribuzioni non vengono aggiornate attraverso i rinnovi dei contratti collettivi, ma seguono un meccanismo automatico, introdotto da una legge del 1981, successivamente modificato nel 1998.

In pratica, ogni tre anni gli stipendi dei magistrati vengono aggiornati in base a quanto sono aumentate, in media, le retribuzioni degli altri dipendenti pubblici. L’Istituto nazionale di statistica (Istat) calcola questa crescita e la percentuale di aumento viene applicata attraverso un decreto del presidente del Consiglio dei ministri (DPCM). Nei due anni tra un aggiornamento e l’altro sono previsti anche degli aumenti provvisori, in attesa poi del calcolo definitivo.

Questo meccanismo particolare ha lo scopo di tutelare l’indipendenza della magistratura. Come ha spiegato la Corte costituzionale con una sentenza del 2012, l’adeguamento automatico serve a evitare che i magistrati debbano negoziare periodicamente i propri stipendi con gli altri poteri dello Stato, in particolare quello esecutivo, cioè il governo. 

Gli aumenti degli stipendi dei magistrati, quindi, non sono decisi liberamente dal governo, ma seguono regole previste dalla legge. Negli ultimi anni però alcuni magistrati hanno contestato il modo in cui erano stati calcolati, facendo ricorso alla giustizia.

Perché sono intervenuti i giudici

Nell’agosto 2021, durante il governo Draghi, un DPCM aveva stabilito un aumento degli stipendi dei magistrati di poco meno del 5 per cento, calcolato sulla base della crescita delle retribuzioni degli altri dipendenti pubblici tra il 2018 e il 2020. Alcuni magistrati hanno però fatto ricorso, sostenendo che il metodo di calcolo utilizzato dall’Istat non rispettasse le regole previste dalla legge.

A luglio dell’anno scorso, il Consiglio di Stato, con due sentenze, ha dato loro ragione individuando tre problemi nei calcoli. Secondo i giudici, nel calcolo erano state escluse alcune voci degli stipendi e alcune categorie di dipendenti pubblici che invece avrebbero dovuto essere considerate. Inoltre, l’Istat aveva dato più peso agli aumenti delle categorie con un maggior numero di lavoratori, mentre la legge prevede che tutte le categorie abbiano lo stesso peso. Il Consiglio di Stato ha quindi annullato il provvedimento contestato, chiedendo all’amministrazione di rifare i calcoli secondo i criteri corretti, ma lasciando temporaneamente in vigore gli importi già stabiliti.

Le sentenze non hanno deciso direttamente di quanto debbano aumentare gli stipendi dei magistrati, ma hanno imposto di rifare i calcoli. I nuovi conteggi potrebbero quindi portare non solo agli aumenti delle retribuzioni ma anche al pagamento degli arretrati, cioè le somme che i magistrati avrebbero dovuto ricevere negli anni precedenti.

Il miliardo di euro

Ma quanto costerebbero davvero gli adeguamenti degli stipendi dei magistrati? La cifra citata da Meloni è stata riportata il 16 ottobre da Il Sole 24 Ore, secondo cui sarebbero necessari circa 970 milioni di euro per finanziare gli aumenti e gli arretrati di circa 11 mila magistrati.

Il quotidiano ha ricavato questa stima dal Documento programmatico di bilancio (DPB) per il 2027, approvato dal governo a metà ottobre. Il documento, che anticipa le principali misure della prossima legge di Bilancio, prevede un «Fondo sentenze» da circa 1,9 miliardi di euro per il 2027, destinato a coprire le spese derivanti da decisioni giudiziarie. Non specifica, però, quanti di questi soldi saranno destinati agli stipendi dei magistrati. La cifra di quasi un miliardo citata da Meloni non è quindi indicata in modo esplicito nel documento ufficiale.

Attenendosi alla ricostruzione de Il Sole 24 ore, ogni magistrato potrebbe ricevere in media oltre 70 mila euro di arretrati, a cui si aggiungerebbero circa 20 mila euro di aumento annuo dello stipendio. Si tratterebbe comunque di costi lordi per lo Stato, che comprendono anche i contributi a carico dell’amministrazione, e non delle somme nette che i magistrati riceverebbero sul conto corrente. 

Ad ogni modo, le associazioni dei magistrati hanno contestato queste stime. In particolare, secondo l’Associazione magistrati della Corte dei conti, gli importi effettivi saranno «sensibilmente inferiori a quelli circolati». Al momento, nei documenti pubblici disponibili non ci sono dati sufficientemente dettagliati per stabilire quale sia la cifra corretta.

Meloni può rifiutarsi di firmare?

Cerchiamo di capire infine cosa succederebbe se Meloni non firmasse il decreto. Come abbiamo visto, il Consiglio di Stato ha imposto all’amministrazione di rifare i calcoli degli stipendi dei magistrati, senza però stabilire gli importi da pagare.

Il Codice del processo amministrativo stabilisce che le decisioni dei giudici amministrativi devono essere rispettate. Se questo non avviene, chi ha ottenuto una sentenza favorevole può rivolgersi nuovamente al giudice per chiederne l’applicazione, attraverso una procedura chiamata “giudizio di ottemperanza”. In questi casi, il giudice può nominare un commissario ad acta, ossia una persona incaricata di adottare i provvedimenti necessari al posto dell’amministrazione.

È proprio questa possibilità che Meloni ha richiamato nelle sue dichiarazioni. La nomina del commissario, però, non è automatica e spetta al giudice decidere se sia necessaria. In ogni caso, il rifiuto di firmare il decreto non basta a cancellare gli obblighi dell’amministrazione e potrebbe soltanto ritardare l’applicazione delle sentenze.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

È uscita la nostra guida sulla legge elettorale, riservata ai sostenitori.
Sostienici per accedere a tutte le guide esclusive, newsletter riservate, video e molto altro.
INIZIA AD INFORMARTI MEGLIO
In questo articolo
Newsletter

Politica di un certo genere

Ogni martedì
In questa newsletter proviamo a capire perché le questioni di genere sono anche una questione politica. Qui un esempio.