Il 18 ottobre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è tornata a parlare di magistratura, questa volta a proposito degli stipendi dei magistrati. All’agenzia Adnkronos Meloni ha dichiarato l’intenzione di non firmare il decreto necessario ad adeguare le retribuzioni dei magistrati. «In coscienza non posso mettere la mia firma su un DPCM (decreto del presidente del Consiglio dei ministri, ndr) con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati», ha detto la presidente del Consiglio. «Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario. Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità», ha aggiunto.
Le parole di Meloni hanno provocato la reazione dell’Associazione nazionale magistrati (ANM), la principale associazione rappresentativa della categoria, che ha annunciato la possibilità di fare ricorso contro il mancato adeguamento degli stipendi dei magistrati.
Ma la ricostruzione di Meloni tralascia un elemento importante: gli adeguamenti degli stipendi non sono aumenti che il governo può decidere liberamente di concedere o meno. Sono previsti dalla legge e, in questo caso, derivano anche da sentenze che hanno imposto di correggere i calcoli effettuati negli anni passati. Per questo, il rifiuto di firmare il decreto non basta a cancellare questi obblighi.
Le parole di Meloni hanno provocato la reazione dell’Associazione nazionale magistrati (ANM), la principale associazione rappresentativa della categoria, che ha annunciato la possibilità di fare ricorso contro il mancato adeguamento degli stipendi dei magistrati.
Ma la ricostruzione di Meloni tralascia un elemento importante: gli adeguamenti degli stipendi non sono aumenti che il governo può decidere liberamente di concedere o meno. Sono previsti dalla legge e, in questo caso, derivano anche da sentenze che hanno imposto di correggere i calcoli effettuati negli anni passati. Per questo, il rifiuto di firmare il decreto non basta a cancellare questi obblighi.