Carlo Calenda

Quanto ha sofferto il settore manifatturiero italiano?

«Il Paese non è in sicurezza, ricordiamo che nell’ultima grande recessione che ha colpito l’Italia abbiamo perso il 25 per cento della capacità manifatturiera».

Pubblicato: 18 apr 2019
Data origine: 14 apr 2019
Macroarea economia

Il 14 aprile, intervenendo ad un evento in vista delle elezioni europee tenutosi a Trieste, l’ex ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda ha parlato del settore manifatturiero italiano. Secondo l’esponente del Pd, l’Italia avrebbe perso il 25 per cento della sua capacità manifatturiera «nell’ultima grande recessione» e, quindi, a causa della crisi economica iniziata nel 2008.

Di recente ci siamo occupati della questione del calo della manifattura italiana dato che, secondo un indicatore - il valore totale della produzione - il nostro Paese è stato superato nel 2017 dalla Francia. È messa a rischio dunque la posizione italiana di «seconda manifattura europea» - anche se la questione di quale sia l’indicatore migliore per stilare la classifica non è semplice.

La frase di Calenda permette di considerare il tema sotto un altro aspetto: davvero la capacità produttiva del manifatturiero italiano è diminuita di un quarto?

Abbiamo verificato.

Che cos’è la «capacità manifatturiera»?

La «capacità produttiva» di cui parla Calenda a proposito della manifattura è un indicatore diverso sia dall’effettivo volume di output prodotto, sia dal valore della produzione creata. La capacità infatti stabilisce quanto sarebbe possibile produrre se tutti i fattori di produzione disponibili fossero utilizzati a livello ottimale (cosiddetto “di equilibrio”). L’effettivo volume di output prodotto riporta invece la quantità prodotta in un determinato periodo, mentre il valore della produzione creata quantifica (in euro) il prezzo a cui l’output è stato venduto sul mercato.

I tre indicatori possono non coincidere. Ad esempio, a parità di articoli prodotti (stesso volume di produzione), il valore della produzione può aumentare se la richiesta del prodotto cresce (una maggiore domanda porta ad un aumento dei prezzi). Allo stesso tempo, un settore che aumenta il volume della sua produzione potrebbe comunque avere un calo della capacità produttiva se, a causa di una diminuzione dei fattori di produzione disponibili, l’output potenziale massimo diminuisse (ad esempio a seguito di una recessione, che portasse ad una riduzione della forza lavoro) [1].

La capacità produttiva è quindi un indicatore più significativo rispetto agli altri due: indica quanto potenzialmente potrebbe essere prodotto - a prescindere dalla natura ciclica dell’economia e dalle disfunzionalità esistenti in un settore produttivo in un dato momento (o per dirla tecnicamente, dal sottoimpiego degli output produttivi a disposizione).

Per avere una visione di insieme, valuteremo la dichiarazione di Calenda sotto tutti e tre questi aspetti. Dando comunque maggiore importanza al dato sulla capacità manifatturiera, visto che è stato citato dall'ex ministro dello Sviluppo economico.

Che cosa succede con la crisi economica?

Nel 2018 Libero Monteforte e Giordano Zevi, ricercatori della Banca d’Italia, hanno curato uno studio (intitolato An inquiry into manufacturing capacity in Italy after the double-dip recession) che cerca di misurare proprio l’impatto della crisi sulla capacità manifatturiera. In questo studio viene stimato che la crisi avvenuta tra il 2007 e il 2013 ha ridotto la capacità manifatturiera italiana da un minimo dell’11 per cento ad un massimo del 17 per cento (a seconda dei metodi utilizzati).

Anche creando un modello controfattuale (conterfactual model) che ipotizza il livello che la nostra industria manifatturiera avrebbe potuto raggiungere se la crisi non si fosse mai manifestata, il valore della riduzione si attesta al massimo al 20 per cento.

A simili risultati arriva anche uno studio del think tank economico Nomisma, che stima, nel periodo 2007-2014, la riduzione della capacità produttiva in 18 punti percentuali. Un valore inferiore solamente a quello di Spagna (-24 per cento) e Grecia (-19 per cento) ma nettamente superiore alla media dell’area euro (- 5,5 per cento).

Tabella 1: Variazione della produzione potenziale manifatturiera nei periodi 2007-2014 e 2010-2014 per alcuni paesi europei – Fonte: Nomisma

Dopo la crisi: valore e volume della produzione manifatturiera italiana

Secondo i dati Eurostat, il valore della produzione manifatturiera italiana è diminuito tra il 2008 e il 2009 del 21,7 per cento (da 948,3 miliardi di euro dell 2008 a 742,7 miliardi di euro nel 2009). La produzione è poi risalita nel 2011 al 94,2 per cento del livello pre-crisi (893,2 miliardi di euro), per poi scendere successivamente, senza mai raggiungere le vette toccate nel 2008 o nel 2011 [2].

A questi dati si aggiungono poi quelli del valore aggiunto dei fattori produttivi, utili per valutare di quanto il valore dell’output prodotto sia maggiore rispetto al costo degli input produttivi (lavoro e capitale). Per il settore manifatturiero questo valore è calato del 20,6 per cento tra il 2007 e il 2009 (227,1 miliardi di euro nel 2007, contro i 180,3 miliardi del 2009), ritornando quasi ai livelli pre-crisi solamente nel 2016 (circa 225 miliardi di euro).

Per quanto riguarda invece l’indice del volume della produzione manifatturiera, il calo è stato ben più consistente. Fatto 100 il livello produttivo raggiunto nel 2015, il calo dal 2007 al punto più basso ad esso successivo (2014) è stato del 30,5 per cento.

Dato che tra il 2007 e il 2014 il valore della produzione è calato del 10,2 per cento (946 miliardi di euro nel 2007 contro gli 849 miliardi di euro del 2014), significa che solo una parte della diminuzione del valore è dovuto al calo del volume della produzione. Questo può essere il risultato di una diversificazione dell’attività produttiva manifatturiera: un minor numero di prodotti specializzati ad alto valore ha sostituito (in parte) la produzione di una maggiore quantità di prodotti di valore inferiore.

Il verdetto

L’ex ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha dichiarato che l’Italia ha perso il 25 per cento della sua capacità manifatturiera a seguito della crisi economica che ha colpito il nostro Paese dal 2008.

Due studi (uno della Banca d’Italia e uno del think tank Nomisma) stimano la perdita di capacità produttiva del settore manifatturiero in una forbice che va dall’11 al 18 per cento (20 per cento se si tiene conto di uno scenario economico senza la crisi del 2008). L’impatto della crisi sulla capacità manifatturiera sembra quindi essere un po’ inferiore a quanto riportato da Carlo Calenda.

I dati sul valore della produzione manifatturiera e quelli sul valore aggiunto, a loro volta, mostrano una diminuzione inferiore a quella suggerita dall’ex ministro: -21,7 per cento tra il 2008 e il 2009 se si considera il valore complessivo; -20,6 per cento se si guarda al calo del valore aggiunto tra il 2007 e il 2009.

Una parziale conferma arriva invece dai dati sul volume della produzione, scesa dal 2007 al 2014 del 30,5 per cento. Il calo della quantità prodotta non sembra però essere dovuto interamente dalla crisi, dato che il valore della produzione è diminuito nello stesso periodo in maniera largamente inferiore. Carlo Calenda merita un “C’eri quasi”.


[1] Nell’esempio citato si avrebbe una diminuzione del cosiddetto output gap: la differenza tra quanto prodotto e quanto era effettivamente possibile produrre date le potenzialità di quel settore.

[2] Secondo dati provvisori, nel 2017 il valore della produzione manifatturiera italiana sarebbe inferiore al valore di quella francese.

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