Giorgia Meloni

Quale rapporto deficit/Pil deve rispettare l’Italia?

"L’Italia in forza dei trattati europei oggi non è tenuta a rispettare un vicolo del 3%, ma uno del 2,2%" (min. 54.40)

Pubblicato: 15 feb 2018
Data origine: 04 feb 2018
Macroarea economia

Giorgia Meloni - leader e fondatrice di Fratelli d’Italia - ha sostenuto davanti alle telecamere di In Mezz’ora, programma condotto da Lucia Annunziata, che l'Italia sia tenuta a rispettare un vincolo sul deficit ancor più stringente di quello del tre per cento. Più precisamente, i “trattati europei” costringerebbero i nostri conti pubblici a stare entro un limite del 2,2 per cento.

Verifichiamo se l'affermazione sia corretta o meno.

La regola del 3%

Vediamo da dove vengono le regole generali sul rapporto tra il deficit pubblico e il PIL, quello a cui fa riferimento Giorgia Meloni. Il primo trattato risale a oltre vent’anni fa. Firmato il 7 febbraio 1992 a Maastricht, Belgio, ed entrato in vigore il 1° novembre 1993, il “trattato di Maastricht” - ufficialmente Trattato sull’Unione europea - ha segnato l’inizio di “una nuova fase nel processo di realizzazione di un’Unione sempre più stretta fra i popoli europei”.

Col Trattato vennero anche stabiliti dei parametri di convergenza - cinque - che gli Stati membri erano tenuti a rispettare nei conti pubblici. Tra questi interessa, per valutare la dichiarazione della Meloni, il rapporto tra deficit pubblico e PIL, cioè la differenza tra le entrate e le uscite dello Stato inclusa la spesa per gli interessi sul debito pubblico. Il rapporto deficit/PIL, secondo Maastricht, non doveva essere superiore al tre per cento.

Il Fiscal compact

Durante la crisi economica, tra il 2011 e il 2013, sono state adottate diverse nuove normative comunitarie per rafforzare la tenuta dei conti degli Stati membri e la vigilanza della Commissione europea su di essi. Alcune di esse hanno toccato anche la questione del rapporto deficit/PIL.

In particolare il Fiscal compact, o Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’Unione economica e monetaria, in vigore dal 1° gennaio 2013, dispone dei criteri più stringenti per quanto riguarda il rapporto deficit/PIL rispetto al Trattato di Maastricht.

Qui entra in gioco una distinzione all’interno del deficit, che viene diviso in una parte “ciclica” - legata cioè alle condizioni economiche contingenti - e una parte “strutturale”. La nuova normativa ora richiede, come principio generale, che gli Stati membri abbiano il bilancio in pareggio o in surplus.

L’obiettivo è comunque considerato centrato a due condizioni.

La prima è che ogni anno vengano rispettati gli Obiettivi di medio termine (OMT), che variano da Paese a Paese e vengono aggiornati ogni tre anni dalla Commissione UE. Questi obbiettivi si calcolano in modo molto complesso e sono, appunto, variabili.

La seconda è che il deficit strutturale (cioè il deficit depurato della componente ciclica e delle spese una tantum) resti al di sotto dello 0,5% del Pil (1% per gli Stati membri il cui debito pubblico sia inferiore al 60% del Pil, ma questo non è il caso dell'Italia). A questa percentuale del deficit strutturale va aggiunta la componente ciclica, che però dipende dalla congiuntura economica e non dall’azione dei governi.

In senso stretto, quindi, i trattati europei impegnano l’Italia a convergere verso lo 0,5% del rapporto deficit/PIL per la componente strutturale, mentre la componente ciclica varia a seconda della congiuntura economica; impegnano poi l’Italia a rispettare gli obbiettivi di medio termine. Un’innovazione notevole introdotta negli ultimi anni è, quindi, che la (complicatissima) procedura di sanzione per gli Stati che sforano dagli obbiettivi previsti possa scattare anche se il rapporto deficit/PIL è inferiore al 3 per cento “di Maastricht”.

L’ultima osservazione da fare è che il calcolo del deficit strutturale non è per nulla semplice e neppure univoco. Come ha spiegato la Corte dei Conti in un’audizione sul DEF del 2014, tra il valore fissato dal governo e quello fissato dalla Commissione UE ci possono essere differenze anche piuttosto rilevanti, che dipendono dagli strumenti statistici e dalle assunzioni economiche per calcolarlo.

Deficit strutturale e componente ciclica

Veniamo ai numeri degli ultimi anni. Secondo l’ultima Nota di aggiornamento al Def dell’esecutivo uscente, in Italia il deficit complessivo del 2017 si attesterà al 2,1%, dato composto per l’1,3% dalla componente strutturale e per lo 0,8% dalla componente ciclica. Per il 2018, secondo le stesse stime, il deficit complessivo è previsto all’1,6%, con una componente strutturale ridotta all’1% e quella ciclica allo 0,6%.

Il 2,2% di cui parla Giorgia Meloni è quindi, con ogni probabilità, il rapporto deficit/PIL previsto dall’ultima nota di aggiornamento del DEF, che tiene conto del “percorso di avvicinamento” allo 0,5 per cento di deficit/PIL strutturale. Quest’ultimo è stato posto per lo scorso anno all’1,3 per cento, una percentuale superiore.

Bisogna notare che la componente ciclica - così come le misure una tantum - è, per sua natura, variabile. E sono variabili e soggetti a revisione anche gli obbiettivi di medio termine. Quindi, la novità introdotta con i trattati europei più recenti è quella di aver introdotto di fatto una soglia del rapporto deficit/PIL che cambia.

Il verdetto

Giorgia Meloni sostiene che in forza dei trattati europei l'Italia sia tenuta a rispettare un rapporto deficit/Pil del 2,2% e non del 3%. È vero, se si guarda agli obiettivi di finanza pubblica fissati per il 2017 (che per la precisione fissano il rapporto deficit/PIL al 2,1%). Bisogna però precisare che quegli obiettivi sono variabili, sia a causa della contrattazione tra il governo nazionale e l’Europa, sia perché includono la componente “ciclica” legata alle condizioni economiche. Più precisamente, i trattati europei impegnano l’Italia a rispettare gli “Obiettivi di medio termine” - fissati periodicamente dalla Commissione UE - e a convergere verso lo 0,5 per cento del rapporto deficit/PIL per la sua componente strutturale. “C’eri quasi” per la leader di Fratelli d’Italia.

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C'eri quasi
«L’Italia in forza dei trattati europei oggi non è tenuta a rispettare un vicolo del 3%, ma uno del 2,2%»
In Mezz'Ora, Rai 3
domenica 4 febbraio 2018
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