Antonio Ingroia

"Considerate che noi abbiamo una spesa superiore ai 200 miliardi di euro annui per evasione fiscale, mafia e corruzione. Se noi consideriamo che abbiamo 2.000 miliardi di euro, il debito pubblico, se noi colpiamo questi patrimoni, in meno di dieci anni ripaghiamo il debito pubblico con la caccia ai patrimoni illeciti". (4:05)

Pubblicato: 26 gen 2013
Data origine: 09 gen 2013
Macroarea economia

Antonio Ingroia, leader ed esponente del neonato partito Rivoluzione Civile, tocca uno dei punti più rilevanti di questi ultimi 12 mesi di vita pubblica italiana. Ovvero quel congiunto di corruzione, evasione fiscale ed attività illecite da parte di organizzazioni criminali che asfissia le casse dello Stato, pesando come un macigno su tutti i cittadini non coinvolti in nessuna di queste attività.

Rimandiamo ad una dichiarazione simile effettuata dallo stesso Ingroia poco prima, ed analizzata per noi dal sito Quattrogatti.info, la quale provvede già a fornire una stima precisa delle piaghe sociali citate dall'ex magistrato.

Fatto sta che l'evasione fiscale ammonta effettivamente a 120 miliardi di euro, secondo le ultime stime dell'Agenzia delle Entrate. La fonte è il sintetico rapporto Istat (pag. 12) che utilizza il metodo di calcolo del tax gap - stimato al 15.25% nel 2009 (spiegato nel dettaglio nell'analisi di rimando). Il dato è stato peraltro menzionato dallo stesso Befera, segretario dell'Agenzia delle Entrate e presidente di Equitalia, alla trasmissione Che tempo che fa (min. 4:47).

Per quanto riguarda il costo della corruzione, questo ammonta "ufficiosamente" a 60 miliardi di euro all'anno. Peccato però che queste stime siano effettivamente basate su un equivoco, come spiegato approfonditamente nell'analisi di cui sopra e come ricordato peraltro dallo stesso Servizio Anticorruzione italiano, nella sua relazione al parlamento 2010 (pag. 6).

Clamoroso flop anche relativamente al costo apportato dalle organizzazioni criminali all'economia italiana. Questo consiste infatti dei danni causati all'economia dalla presenza di attività di tipo mafioso, quali distorsioni nella normale competizione di mercato (basti vedere l'imposizione di caffè di scarsissima qualità ai commercianti di Giugliano, in Campania), infiltrazioni nelle aziende, insicurezza negli investimenti, appalti truccati. Da non confondere assolutamente con il fatturato complessivo delle organizzazioni criminali, stimato attualmente a 150 miliardi di euro. Per quanto enorme possa essere il costo delle mafie per l'economica italiana, non esistono stime precise. La criminalità organizzata è oramai troppo radicata all'interno della nostra società per riuscire a comprenderne con interezza il suo impatto. Un recente studio della Banca d'Italia ritiene che le attività criminali possano aver causato una caduta del 15% del Pil nelle regioni colpite più recentemente (Puglia e Basilicata). I dati, però, sono troppo approssimativi per ricavarne stime precise.

Insomma, abbiamo il dubbio che Ingroia abbia utilizzato il fatturato delle organizzazioni criminali e i "falsi" 60 miliardi di stima sulla corruzione per raggiungere la somma che utilizza nella sua dichiarazione: 120 + 60 + 150 supera effettivamente i 200 miliardi di euro. Un valore che, peraltro, anche se fosse corretto, sempre stimato rimarrebbe. In tali ambiti, specie per quanto riguarda il costo dela corruzione, il rischio di stime eccessivamente azzardate è elevato. Non è neanche detto, inoltre, che se lo Stato riuscisse - miracolosamente - a schiacciare tutti e tre i fenomeni nello spazio di un anno questi si tradurrebbero automaticamente in 200 e più miliardi di entrate erariali in più, o di risorse disponibili per lo Stato.

Assegniamo ad Ingroia un "Pinocchio andante", appunto perché basa i suoi calcoli (valevoli per un'importantissima proposta in campagna elettorale) su stime molto sbilenche - certamente anche per colpa dei giornali che hanno contribuito a propagandarle come se fossero verità assoluta - e perché, appunto, promettere che sulla base di tali stime si possa ridurre il debito in dieci anni resta un concetto ampiamente discutibile dal punto di vista pratico.

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