Renato Brunetta

Stessa spiaggia, stesso titolare?

"Ancora in attesa di un riordino della materia, che doveva partire dal governo ma che in realtà non è mai arrivato, i titolari delle concessioni balneari hanno ricevuto nei giorni scorsi lo schiaffo della Corte di Giustizia europea, che ha stabilito, sulla base della tanto contestata direttiva Bolkenstein, che il rilascio delle autorizzazioni deve essere soggetto ad una procedura di selezione, dichiarando di fatto illegittima la proroga disposta fino al 2020".

Pubblicato: 25 lug 2016
Data origine: 18 lug 2016
Macroarea economia

Brunetta difende sul suo blog le ragioni dei titolari delle concessioni balneari contro l'Unione Europea, non risparmiando un attacco al governo, a sua detta colpevole di non essere intervenuto a riordinare la materia che regola i gestori delle nostre spiagge. La questione a cui fa riferimento è complessa e da molto tempo al centro di numerose controversie. Vediamo perchè.

Le puntate precedenti

La questione è ormai discussa da anni. Nel 2011, Report manda in onda un servizio dal titolo "Di pubblico demanio" a cura di Emilio Casalini in cui illustra le contraddizioni del sistema delle concessioni, il problema del libero accesso al mare e l'abusivismo. Secondo il servizio tutto questo dipende anche da "un sistema di concessioni demaniali rinnovate sempre agli stessi titolari per assenza di gare d'appalto, sistema che è costato all’Italia l’apertura di una procedura di infrazione da parte della Ue".

Si fa riferimento alla direttiva Bolkestein (2006/123/CE), che prende il nome dall'ex Commissario per la Concorrenza e il Mercato Interno. La direttiva avrebbe dovuto essere recepita dagli Stati membri entro il 28 dicembre 2009, stabilendo sostanzialmente che il rinnovo delle concessioni delle attività balneari avvenga tramite asta pubblica, per garantire il principio di concorrenza. La direttiva è stata oggetto di diverse lamentele, da parte di chi ritiene che essa attenti alla sopravvivenza dell'intero settore del turismo balneare (si veda ad esempio la posizione della Federazione Italiana Pubblici Esercizi).

L'Italia ne dà attuazione con il decreto legislativo n. 59 del 26 marzo 2010. Un mese prima, con l’approvazione della legge n. 25 del febbraio 2010, era stato abrogato il secondo periodo dell’art. 37 del Codice della navigazione, cancellando il diritto di insistenza per il rinnovo della concessione e prorogando le concessioni balneari fino al 31 dicembre 2015. Dopo quella data, il rinnovo sarebbe dovuto avvenire tramite gare pubbliche. La legge n. 25 viene emanata a seguito dell'avvio da parte della Commissione Europea di una procedura di infrazione contro l'Italia (procedura di infrazione n. 2008/4908). Il provvedimento non soddisfa completamente i dubbi della Commissione, che decide di non chiudere la procedura. Vengono fatti ulteriori interventi legislativi (qui per dettagli) e viene stabilito che il governo debba emanare, entro il 17 aprile 2013, un decreto legislativo per il riordino della legislazione relativa alle concessioni demaniali marittime. La procedura di infrazione viene in seguito chiusa a febbraio 2012.

Nel 2011 Tremonti promette di prorogare di ben 90 anni le attuali concessioni, andando incontro alle richieste alla Federazione italiana imprese balneari e contro le indicazioni europee. La proposta viene poi stata ridotta a 30 anni ma, a dicembre 2012, la Commissione Industria al Senato boccia l'emendamento di Vicari (Pdl) e Bubbico (Pd). Passa invece in Commissione Bilancio alla Camera la proposta di Misiani (Pd) che riduce il periodo a 5 anni, fino quindi al 2020.

La proroga però non quadra e dopo poco tempo iniziano a spuntare i primi contenzioni ai Tar relativi al rinnovo delle concessioni. I tribunali amministrativi regionali di Sardegna (C-67/15) e Lombardia (Case C-458/14) , dove erano state presentate delle procedure (in Lombardia riguarda le concessioni sul Lago di Garda) riferiscono la questione alla Corte europea chiedendo di verificare la conformità della situazione italiana con il diritto comunitario.

Ai giorni nostri

L'avvocato generale della Corte di Giustizia Ue, Maciej Szpunar, riconosce, a 2016, che i dubbi dei Tar di Sardegna e Lombardia sono fondati e che la direttiva Bolkestein impedisce alla normativa nazionale di prorogare in modo automatico la data di scadenza delle concessioni (come invece aveva fatto l'Italia, concedendo l'estensione al 2020).

Preoccupate, le regioni più interessate a questo tema hanno iniziato ad agire in maniera autonoma. Il Consiglio regionale ligure ha chiesto al presidente Toti, attraverso una mozione, di "agire nei confronti del governo affinché prolunghi la scadenza delle concessioni balneari per almeno 30 anni". Il Consiglio regionale della Toscana ha approvato delle linee guida per garantire il rinnovo della concessione fino a 20 anni per chi presenterà un piano di investimenti sui servizi.

Non serve a molto. Pochi giorni fa la la Corte di Giustizia dell'Ue si è pronunciata, mantenendo la linea già espressa dal proprio avvocato. L'estensione automatica, come quella fatta per il 2015 e in seguito per il 2020, contravviene quanto predisposto dalla direttiva Bolkestein.

La dichiarazione di Brunetta

Facciamo quindi il punto sui fatti esposti da Brunetta. Il riordino della legislazione sul tema non è ancora avvenuto. A marzo 2015, la Conferenza delle Regioni ha approvato un documento sul tema (12/22/CR09/C5), a cui però non vi è stato seguito. In una interrogazione parlamentare dello scorso aprile di alcuni parlamentari del Gruppo Misto, viene segnalato come il governo sia in netto ritardo. Mentre la categorizzazione della decisione della Corte europea, come quella di uno "schiaffo", è sicuramente soggettiva (e sarebbe anche giusto rimarcare che sono ormai passati 10 anni dalla emanazione della direttiva Bolkestein), i fatti esposti da Brunetta sono corretti: la Corte ha stabilito che il rilascio delle autorizzazioni debba essere soggetto ad una procedura di selezione, dichiarando di fatto illegittima la proroga attualmente in essere.

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