Antonio Di Pietro

"Siamo alla cinquantesima fiducia, alla cinquantesima violazione della Costituzione da parte di un governo che impedisce ai parlamentari di poter votare il merito del provvedimento imponendo le sue decisioni con la fiducia."

Pubblicato: 22 nov 2012
Data origine: 21 nov 2012
Macroarea istituzioni

Antonio Di Pietro torna alla carica e punta il dito contro l'uso eccessivo della fiducia da parte del Governo Monti. Ma avrà fatto bene i conti? E, soprattutto, chiedere la fiducia su un determinato provvedimento equivale a una violazione della Costituzione?

Sul numero di fiducie chieste, il leader dell'Idv ci va vicinissimo. La dichiarazione è stata resa in occasione del dibattito parlamentare sulla legge di stabilità dello scorso 21 novembre. A quella data, secondo il sito della Camera, l'attuale governo aveva posto la questione di fiducia in 46 occasioni. Di Pietro gonfia un pochino il numero.

La seconda parte della dichiarazione è più complessa e merita un approfondimento. Cerchiamo di fare chiarezza sulla questione di fiducia. Si tratta dell'annuncio formale da parte del governo, in occasione di un voto parlamentare, di un testo di legge in discussione, considerato talmente rilevante ai fini della propria azione di governo che si dimetterà nel caso in cui l'assemblea si pronunci in modo difforme rispetto alle proprie indicazioni. Nella prassi, il governo di solito pone la fiducia per tre motivi - compattare la propria maggioranza, superare l'ostruzionismo parlamentare o velocizzare l'approvazione di un provvedimento.

La sua disciplina non è prevista dalla Costituzione: la questione di fiducia non va confusa con la fiducia che il neo-formato governo deve ottenere da entrambi i rami del parlamento (art.94 Cost.). Essa è bensì disciplinata dai regolamenti parlamentari, cui la Costituzione rimanda (art. 72), e l'articolo 116 del Regolamento della Camera ne illustra le modalità e le conseguenze: "Se il Governo pone la questione di fiducia sul mantenimento di un articolo, si vota sull'articolo dopo che tutti gli emendamenti presentati siano stati illustrati. Se il voto della Camera è favorevole, l'articolo è approvato e tutti gli emendamenti si intendono respinti." E' evidente quindi che la questione di fiducia rappresenta una limitazione del ruolo delle Camere. L'uso eccessivo di questo strumento, soprattutto se applicato a maxi-emendamenti presentati dal governo, è molto criticato in dottrina, (si veda qui e qui) e anche Ciampi e Napolitano ne hanno lamentato un uso eccessivo.

Si tratta infatti di un fenomeno che si è progressivamente esteso nelle ultime legislature: secondo uno studio di Giovanni Savini, Vice-capo di Gabinetto del ministro per i Rapporti con il Parlamento, fino agli anni ’80 l’utilizzo della fiducia è stato "molto sporadico, dell’ordine di pochissimi casi a legislatura". Per quanto riguarda gli ultimi tre governi, si scopre che il governo Prodi (di cui Di Pietro peraltro faceva parte) ha posto la fiducia in 29 occasioni, il governo Berlusconi in 42 e l'attuale governo Monti in 46 casi.

Tuttavia la Corte Costituzionale non ha mai considerato la prassi della questione di fiducia come contraria alla Costituzione. Anzi, con la sentenza n. 319 del 1995, i giudici costituzionali hanno indirettamente risposto alle critiche di Di Pietro, respingendo la richiesta di incostituzionalità di una legge di conversione di un decreto legge su cui il governo aveva posto la questione di fiducia, e di cui se ne lamentava l'approvazione avvenuta senza una specifica discussione e votazione. La Corte in quell'occasione ha ricordato che "l'art. 72 della Costituzione affianca al procedimento ordinario di approvazione della legge alcuni procedimenti speciali, la cui disciplina viene affidata ai regolamenti parlamentari. Tra i procedimenti speciali non contemplati dalla costituzione, ma previsti e disciplinati in sede regolamentare, possono essere ricompresi anche [...] quello concernente la posizione della questione di fiducia da parte del Governo [...]. Nella specie [...] il punto da sottolineare è che l'approvazione delle Camere si è perfettamente adeguata al rispetto delle previsioni regolamentari".

Se da una parte Di Pietro non sembra avere tutti i torti nel lamentare una sorta di "potere di ricatto" in mano al governo, dall'altra esagera nel sostenere che questa rappresenti una violazione della Costituzione.

Valutando la dichiarazione nel suo complesso ci sentiamo di dare un "Nì" al leader dell'Idv!

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