Beppe Grillo

"Il decreto legge Imu-Bankitalia ha regalato 7,5 miliardi alle banche sottratti agli italiani [...]".

Pubblicato: 10 feb 2014
Data origine: 31 gen 2014
Macroarea istituzioni

Beppe Grillo spiega in dettaglio il perché dell'esplosione di rabbia del M5S negli ultimi giorni, con tanto di zuffa e insulti. Tutto è nato dal passaggio alla Camera del cosiddetto Ddl “Imu-Bankitalia”. Sarà vero che si regalano 7,5 miliardi alle banche private sottraendoli agli italiani? E in che modo? Scopriamolo assieme.

Partiamo dall'inizio. Il decreto in questione concerne l’abolizione della seconda rata dell’Imu e la rivalutazione delle quote societarie di Bankitalia. Queste ultime sono in mano a soggetti privati bancari, previdenziali e assicurativi italiani e iscritte a bilancio ancora al loro valore storico (anno 1936, per 156.000 euro). A tal proposito, si è pensato di rivalutare “a mercato” le quote dell’istituto, liberalizzandone in pratica la vendita (anche se con vincoli ben precisi).

Il decreto legge (articoli 4-6) autorizza Bankitalia ad aumentare il proprio capitale, mediante l'utilizzo delle proprie riserve statutarie, per un importo pari a 7,5 miliardi di euro; a seguito dell’aumento, il capitale sarà rappresentato da quote di nuova emissione con un limite di partecipazione fissato al 3% del capitale. Ai partecipanti potranno essere distribuiti esclusivamente dividendi annuali, a valere sugli utili netti, per un importo non superiore al 6% del capitale. La Banca d'Italia può acquistare le proprie quote di partecipazione solo in via transitoria, al fine di favorire il rispetto dei limiti di partecipazione al capitale.

Dunque Grillo non ha ragione: è vero che lo Stato “regala” contabilmente 7,5 miliardi di euro alle banche, ma questo valore non è sottratto agli italiani perché è una creazione di valore “virtuale”. Facciamo un esempio: è come se un soggetto avesse in un caveau un quadro prezioso e che lo abbia sempre considerato al valore di acquisto, al costo “storico”: dopo anni lo mette in vendita, o meglio, lo fa valutare, e scopre di essere milionario. I soldi guadagnati dalla vendita, quindi, non rappresenterebbero un furto. Analogo ragionamento, perciò, può essere fatto per il caso Bankitalia, senza contare che, oltretutto, l’ammontare rivalutato era già iscritto a bilancio come riserva: quindi faceva già parte del patrimonio di Bankitalia (punto 3 del documento di Bankitalia “Conseguenze per la Banca d’Italia della legge 29 gennaio 2014, n. 5”).

La sottrazione di valore è inoltre molto dubbia: la valutazione è stata eseguita da Bankitalia stessa, che era sicuramente interessata a massimizzare il valore, indicando una forchetta che andava tra i 5 e i 7,5 miliardi di euro (allegato 3 dell’audizione al Senato del governatore Ignazio Visco). Difficile dire se questa operazione sia stata fatta bene, perché la valutazione finanziaria di un soggetto monopolista come Bankitalia - e in condizioni particolarissime di operato - è davvero una questione tecnicamente complessa. Ricordiamo che l’economista Giovanni Siciliano ha indicato recentemente (articolo su Lavoce.info) un valore molto più basso, mentre altri (come Brunetta) valori molto più ampi. Dipende dal tipo di perpetuity calcolata nel Dividend Discounted Model, e dalle previsioni sull’erogazione dei dividendi: materia ostica e per molti versi imprevedibile.

Infine, se c’è stata una sottrazione di valore rispetto a possibili alternative del passato, questa è del tutto ipotetica. E’ vero che le quote private di Bankitalia dovevano essere vendute per legge allo Stato entro il 2008, e che questo non è mai stato fatto. Inutile dire che la valorizzazione poteva esserci con quote statali, ma poi difficilmente queste sarebbero state rivendibili: come sostenere che per legge le quote devono essere vendute allo Stato, ri-valorizzate e rivendute subito dopo? Siamo davvero nel campo delle ipotesi.

Aggiungiamo infine un’ultima considerazione: privata o pubblica dal punto di vista azionario, la governance di Bankitalia rimarrà comunque indipendente per statuto, essendo un istituto di diritto pubblico, sulla falsa riga di altri istituti tradizionalmente di capitale privato con scopi simili (per esempio Fed o Bank of England). I redditi da signoraggio (di cui ci siamo occupati in una vecchia analisi su una dichiarazione di Francesco Storace) saranno come sempre tassati e ridistribuiti allo Stato, quindi per le banche private non c’è nessun guadagno particolare, a parte i dividendi, che sono decisi comunque dalla banca. Il gettito dei dividendi è previsto aumentare mentre il gettito del mix di imposte+utili retrocessi è stimato che rimanga pressochè invariato dall’istituto. Anche per la sola gestione degli utili, la decisione presa sembra essere di buon senso: con il vecchio ordinamento c’era la possibilità di ricevere dividendi in modo complesso ma in qualche modo legato alle riserve e agli utili accumulati (da signoraggio). Nel nuovo modo si stabilisce un tetto più alto ma che non è affatto detto che debba essere raggiunto (punto 3 del documento di Bankitalia “Conseguenze per la Banca d’Italia della legge 29 gennaio 2014, n. 5”).

Inoltre le banche avranno un obbligo di non eccedere il 3% del capitale: le quote vendute per rispettare tale obbligo potranno andare in mano solo temporaneamente a Bankitalia, che agirà per legge da mero intermediario. Anche qui la sottrazione di valore, se ci sarà, sarà solo nel breve periodo e per importi ridotti (punto 4 del documento di Bankitalia “Conseguenze per la Banca d’Italia della legge 29 gennaio 2014, n. 5”). In pratica Bankitalia potrebbe ricomprare le quote vendute dalle banche private, ma con il fine di rivenderle per “allargare l’azionariato”. E’ specificato nel medesimo decreto (comma 6, art. 4)

Grillo fa una serie di valutazioni politiche di opportunità, ma sulla sostanza dell’articolo si sbaglia. All’abolizione dell’Imu, infatti, non viene associata una sottrazione di valore per Bankitalia, ma al massimo uno dei modi con cui il gettito mancato potrà essere coperto: il gettito da tassazione delle plusvalenze delle quote di Bankitalia stesse iscritte a bilancio delle banche private.

Beppe Grillo dimostra di essere troppo manicheo: a un "regalo" alle banche - che può essere discutibile - di 7,5 miliardi (il cui ammontare realizzato sarà tutto da vedere) non è associata una “sottrazione“ agli italiani ma al massimo un miliardo circa di tasse in più nelle casse erariali. "Pinocchio andante".

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