Pubblicato: venerdì 4 dicembre 2020
Photo: Ansa
Scuola: mancano troppi dati sui contagi e le autorità sembrano fare confusione

Uno dei dibattiti più accesi in Italia dall’inizio epidemia è stato quello sulle scuole: sono rimaste chiuse durante tutta la prima ondata, sono state riaperte a settembre, per poi essere in parte richiuse con l’aumento dei contagi autunnali. Il 3 dicembre il presidente del Consiglio ha però firmato un nuovo Dpcm, che tra le altre cose stabilisce una graduale riapertura degli istituti scolastici superiori a partire dal 7 gennaio.

In generale, una delle criticità maggiori in questo ambito ha riguardato la raccolta e la comunicazione dei dati sulla diffusione del virus nelle scuole. Un episodio recente mostra come ci siano stati elementi di scarsa trasparenza anche all’interno delle stesse autorità che seguono l’emergenza coronavirus.

Il 2 dicembre, in un’audizione alla Camera, il coordinatore del Comitato tecnico scientifico (Cts) Agostino Miozzo ha infatti detto che lui e i suoi colleghi non hanno mai visto alcun dato sui contagi scolastici raccolti dal Ministero dell’Istruzione (Miur), cosa che sembra però essere smentita da alcune pubblicazioni uscite negli ultimi giorni.

Ma procediamo con ordine.

Un monitoraggio partito in ritardo

Quando le scuole italiane hanno riaperto a settembre, in molti si sono chiesti quale sarebbe potuto essere il loro impatto sull’andamento dell’epidemia. Come abbiamo spiegato in passato, è oggi ancora impossibile stabilire con un buon grado di certezza se le scuole siano uno dei motori del contagio o se non abbiano un ruolo di primo piano, sulla base delle evidenze scientifiche più aggiornate.

Nonostante monitorare la situazione nelle scuole sembrasse una priorità per molti, il Miur non avviò inizialmente alcuna forma di monitoraggio. Mentre i casi di studenti e docenti positivi diventavano migliaia, solo il 25 settembre il Miur decise di iniziare a raccogliere i dati.

Con una circolare indirizzata ai dirigenti scolastici, si chiese alle scuole di inserire ogni lunedì sul sito del ministero il numero di studenti, docenti e altro personale scolastico positivo al Sars-CoV-2, le persone sottoposte alla quarantena e le altre misure adottate per limitare i contagi.

I dati sui contagi non furono però diffusi subito. Il primo aggiornamento uscì il 5 ottobre e si riferiva alle prime due settimane di scuola (14-26 settembre). Ci fu poi un secondo aggiornamento il 9 ottobre (con i dati fino al 3 ottobre) e un terzo il 15 ottobre (con i dati aggiornati al 10 ottobre).

Da quel momento, il Miur guidato dalla ministra Lucia Azzolina ha smesso di comunicare qualsiasi dato relativo alla scuola. L’ultimo aggiornamento in merito, infatti, è stato comunicato il 22 ottobre dal commissario straordinario per l’epidemia Domenico Arcuri, che aveva dato i numeri sull’incidenza del contagio tra gli studenti e i docenti (ma non i numeri assoluti).

Dopo diversi giorni di silenzio e senza ulteriori dati, il 29 ottobre è apparso un comunicato stampa sul sito del Ministero, che sembrava in qualche modo puntare il dito da un’altra parte. Il Miur comunicava infatti di aver condiviso «fin dall’inizio» i numeri del suo monitoraggio con l’Istituto superiore di sanità (Iss). L’Iss non ha però mai diffuso alcun dato sulla scuola. I suoi bollettini settimanali contengono solo il numero di casi totali per fascia di età, da cui si può al massimo dedurre qualcosa sull’andamento generale.

Qualcosa dal Ministero della Salute

Qualcosa è stato condiviso da un altro ministero, quello della Salute. Ma si tratta di un dato molto parziale: nelle prime settimane dopo la riapertura delle scuole, infatti, il Ministero della Salute ha comunicato il numero di focolai scolastici come percentuale di quelli nuovi identificati dalle aziende sanitarie locali all’interno delle sintesi settimanali dei monitoraggi elaborati dall’Iss.

Da questi dati emerge che nel primo mese e mezzo della riapertura delle scuole erano stati identificati poco meno di 300 focolai – cioè con due casi o più collegati tra loro – all’interno delle scuole. In particolare erano 14 tra il 21 e il 27 settembre, 30 tra il 28 settembre e il 4 ottobre, 66 tra i 5 e l’11 ottobre, 45 tra il 12 e il 18 ottobre e 136 tra il 19 e il 26 ottobre.

Poi anche il Ministero della Salute ha smesso di comunicare questo dato. Da una settimana all’altra, nelle sintesi dei report non si è più parlato di focolai scolastici.

A partire da fine ottobre, quindi, non è più stato diffuso alcun dato al pubblico sui contagi scolastici, nonostante anche il governo e le regioni ritenessero che potessero essere un problema. Al peggiorare della situazione, infatti, le scuole superiori sono state chiuse e le lezioni sono state spostate a distanza.

Viene da chiedersi dunque se si è continuato a raccogliere questi dati, che fine abbiano fatto e se fossero in mano delle autorità, anche se non venivano resi pubblici.

Che fine hanno fatto i dati?

Il 30 ottobre la rivista Wired ha rivolto al Miur una richiesta di accesso civico generalizzato– un cosiddetto Foia (dall’inglese Freedom of information act) – per avere i numeri sui contagi nelle scuole.

A fine novembre, a Wired sono stati forniti i numeri aggiornati al 31 ottobre, divisi per ciclo scolastico e comune: nel complesso si parla di circa 65 mila positivi tra studenti e docenti, secondo quanto scritto da Wired il 30 novembre. È la prima volta che vengono comunicate cifre più aggiornate sui contagi scolastici, tra l’altro con un dato considerevole, anche se – come vedremo meglio più avanti – non è possibile stabilire con precisione la loro portata rispetto all’epidemia generale.

In un’audizione del coordinatore del Cts Agostino Miozzo del 2 dicembre tenuta dalla Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera, il deputato del Pd Matteo Orfini ha ripreso i dati ottenuti da Wired, chiedendo a Miozzo se i circa 65 mila contagi divulgati il giorno prima fossero «sufficienti» al Cts per valutare o meno l’apertura o la chiusura delle scuole. Orfini ha inoltre sottolineato come i dati fossero a disposizione del Cts.

Miozzo, che coordina il Cts, ha però risposto che a lui e ai suoi colleghi «non era noto questo tipo di indagine» e che aveva bisogno di approfondire la questione perché «dalla lettura rapida» dell’articolo di Wired «non mi ha convinto molto, non l’ho capita, c’erano proprio dei buchi informativi in quelle poche righe che io ho letto». A quel punto, Miozzo ha ipotizzato che la ricerca di Wired fosse «molto più complessa» e che alcuni dati dell’articolo fossero stati «estrapolati e messi sugli organi di stampa».

Miozzo ha poi aggiunto che i dati di cui i membri del Cts hanno «disponibilità» sono contenuti in un documento specifico e sarebbero stati condivisi nella riunione del Cts n. 127 del 13 novembre. Wired ha scritto di avere avuto una copia di questo documento (qui consultabile), ma confrontando questo documento con i fogli che Miozzo sfoglia durante l’audizione (qui il video) – e che ha consegnato poi ai parlamentari – sembra che si tratti di due testi diversi tra loro.

Come si è chiesta Wired in un articolo del 3 dicembre, la prima domanda che sorge spontanea è perché il Miur abbia fatto un certo tipo di «indagine» – usando le parole di Miozzo – senza renderla nota al Cts.

In realtà, qualcosa non torna nella dichiarazione di Miozzo, secondo cui lui non avrebbe mai visto i dati sui contagi raccolti dal Miur con il suo monitoraggio. I verbali del Cts vengono infatti rilasciati 45 giorni dopo le riunioni e uno di questi sembra smentire le sue parole.

Il 5 ottobre il Cts si è infatti riunito per la seduta n. 112 e Miozzo era presente, come certificato dal verbale. Nel corso di quella riunione era intervenuta anche la ministra Azzolina, che condivise con il Cts i dati relativi ai contagi nelle scuole e segnalati tra il 14 e il 26 settembre 2020, le prime due settimane di apertura. I dati sono contenuti in uno degli allegati (p. 268 del verbale).

Figura 1. Tabella con i contagi nelle scuole al 29 settembre – Fonte: Cts

I dati corrispondono esattamente a quelli che il Miur e Azzolina hanno comunicato ai giornali quello stesso giorno.

Non possiamo sapere quante altre volte il Cts abbia visto i dati raccolti dal monitoraggio del Miur, dal momento che i verbali delle riunioni successive sono stati diffusi solo in parte.

I problemi dei dati del Miur

Prima di concludere, sottolineiamo che i dati raccolti dal Miur hanno comunque diversi problemi.

Per capire realmente quale sia l’andamento dell’epidemia nelle scuole, infatti, bisognerebbe conoscere anche il numero di tamponi eseguiti: quello dei singoli casi positivi non basta. Il tasso di positività, che indica il numero di casi sul numero di tamponi, è un indicatore fondamentale: se infatti è molto alto, ad esempio perché si trovano pochi casi facendo pochi tamponi, è un segnale di una situazione problematica.

Bisognerebbe poi sapere quante scuole hanno effettivamente comunicato i dati dei contagiati e avere una chiara divisione tra studenti e docenti. Non è neppure chiaro perché le scuole dell’infanzia non siano incluse nella raccolta dei dati e se le scuole private rientrino nel monitoraggio.

Inoltre, servirebbe sapere con maggior precisione quanti studenti e docenti ci sono nelle scuole e quanti di loro facciano lezione in presenza. Queste sono solo le informazioni minime e indispensabili per poter analizzare che cosa sta accadendo negli istituti scolastici.

In conclusione

Il Ministero dell’Istruzione ha raccolto per circa un mese i numeri dei contagi da coronavirus nelle scuole e li ha diffusi, in modo non sistematico, per tre settimane. Il Miur ha poi deciso di non renderli più pubblici, confermando che li avrebbe comunque trasmessi all’Iss. Quest’ultimo, nonostante ne avesse accesso, non ne ha mai parlato nei suoi bollettini o monitoraggi e a un certo punto ha anche smesso di comunicare i dati sui focolai scolastici (forniti dal Ministero della Salute).

Nonostante il coordinatore del Cts Agostino Miozzo, in una recente audizione della Camera, abbia lasciato intendere di non aver mai visto i dati di questo tipo di indagine – ottenuti poi da Wired con un Foia – i verbali del Cts dimostrano che l’organo che consiglia il governo sapeva dell’esistenza di queste statistiche, e che una volta li ha consultati con la presenza di Miozzo e della ministra Azzolina.

Al momento, a quasi tre mesi dalla riapertura delle scuole, non sappiamo quanti sono i contagi registrati negli istituti scolastici; non conosciamo altri dati necessari per capire quale ruolo abbiano le scuole nella diffusione del contagio; e non possiamo valutare se i protocolli di sicurezza adottati abbiano funzionato o meno.

di Lorenzo Ruffino

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