Pubblicato: martedì 8 settembre 2020
Photo: Ansa
La relazione di Zingaretti alla Direzione nazionale del Pd, in cinque fact-checking

Il 7 settembre la Direzione nazionale del Partito democratico ha approvato la relazione presentata dal segretario Nicola Zingaretti che, tra le altre cose, ha chiesto ai membri e agli elettori del Pd di votare sì al referendum sul taglio dei parlamentari del 20-21 settembre.

Dagli effetti dell’epidemia di Covid-19 sull’economia e sulle disuguaglianze alle risorse del Recovery fund, abbiamo verificato cinque dichiarazioni di Zingaretti per vedere se corrispondono al vero o meno.

Quanto è crollato il Pil italiano

«Con la contrazione del Pil prevista quest’anno saremo l’unico Paese europeo (insieme alla Grecia) ad avere un Pil inferiore a quello di inizio secolo»

Come ha sottolineato un approfondimento dello scorso 11 maggio della Banca d’Italia, bisogna ricordarsi che i molteplici fattori legati all’emergenza Covid-19 «rendono oggi più complesso il mestiere di chi fa previsioni». Dunque, ogni dichiarazione su dati economici che fa riferimento a scenari futuri, come questa di Zingaretti, va presa con estrema cautela.

Al netto di questa premessa, il segretario del Pil fa un’osservazione sostanzialmente corretta, se si guarda ai valori concatenati all’anno 2010, che permettono un confronto più preciso rispetto a quello a valori correnti.

Nel 2019 il Pil dell’Italia è stato di poco superiore a 1.621 miliardi di euro, mentre nel 2000 – ossia a inizio secolo – la ricchezza nazionale prodotta nel nostro Paese aveva raggiunto il valore di circa 1.562 miliardi di euro.

È vero che a causa della crisi economica causata dal Covid-19, torneremo sotto a questo livello?

Abbiamo utilizzato le previsioni pubblicate a luglio scorso dalla Commissione europea sui Pil dei Paesi europei, secondo le quali l’Italia avrà la riduzione più elevata di tutta l’Ue: -11,2 per cento del Pil rispetto a quello del 2019.

Se sottraiamo ai 1.621 miliardi di euro del 2019 l’11,2 per cento di calo previsto del Pil nel 2020 (cioè circa 181 miliardi), otteniamo per l’anno in corso un Pil a valori concatenati pari a circa 1.440 miliardi di euro: oltre 120 miliardi in meno rispetto al 2000.

Stesso discorso vale per la Grecia, che nel 2000 aveva un Pil a valori concatenati pari a 190 miliardi circa e nel 2019 a 194 miliardi. Se sottraiamo il calo previsto per il 2020 del 9 per cento, per l’anno in corso otteniamo un valore di 176,5 miliardi circa. Inferiore, dunque, a quello di inizio secolo.

Italia e Grecia, come mostrano le nostre elaborazioni (qui consultabili), sono in effetti gli unici due Paesi Ue in questa speciale condizione.

La crisi e l’aumento delle disuguaglianze

La crisi «ha fatto esplodere in maniera drammatica le disuguaglianze»

Anche se è ancora presto per quantificare con precisione gli effetti della crisi economica sulle disuguaglianze in Italia, Zingaretti fa un’affermazione corretta, supportata da alcune evidenze preliminari raccolte negli ultimi mesi da istituzioni come la Banca d’Italia o l’Istituto nazionale di statistica (Istat).

Per esempio, nella Relazione annuale della Banca d’Italia, pubblicata lo scorso 29 maggio, si legge che a causa della crisi nel nostro Paese «il reddito disponibile è sceso in misura più marcata tra le famiglie a basso reddito, tra le quali è più elevata la quota di occupati in settori oggetto dei provvedimenti di sospensione e limitazione dell’attività produttiva o in mansioni non effettuabili a distanza».

In sostanza, a causa della Covid-19 le famiglie italiane più povere lo sono diventate ancora di più, in misura maggiore rispetto a quelle con più disponibilità economica.

«L’impatto sulla disuguaglianza nella distribuzione dei redditi dovrebbe essere parzialmente mitigato dagli ammortizzatori sociali, estesi anche a categorie tradizionalmente escluse», ha però sottolineato la Banca d’Italia.

Come abbiamo spiegato di recente, nel suo Rapporto annuale pubblicato a inizio luglio l’Istat ha, tra le altre cose, messo in evidenza i primi effetti della crisi economica in due categorie, i giovani e le donne, con un peggioramento delle disuguaglianze.

Durante il lockdown, i giovani sono stati infatti fra i più in difficoltà nell’accesso agli ammortizzatori sociali e nel giustificare formalmente i propri spostamenti lavorativi, principalmente a causa dell’alto tasso di irregolarità occupazionale a cui sono soggetti. Le donne sono state poi più colpite rispetto agli uomini sia in termini di occupazione che in termini di conciliazione casa-lavoro.

Ricordiamo comunque che stiamo parlando di evidenze che fotografano una situazione ancora in divenire e che solo nei prossimi mesi avremo un quadro più preciso dei cambiamenti avviati dalla crisi.

Quanti soldi dal Recovery fund

«Per l’Italia, questa svolta [il Recovery fund, ndr] si traduce nell’opportunità di usufruire di 209 miliardi di euro: siamo il principale beneficiario delle nuove risorse»

Il 21 luglio il Consiglio europeo – che comprende i capi di Stato o di governo dei 27 Paesi membri dell’Ue – ha trovato un accordo per la creazione del Next generation Eu, il piano per la ripresa noto in Italia anche con il nome di Recovery fund, e per la struttura del nuovo bilancio comunitario per il settennio 2021-2027.

Nel complesso, il Next generation Eu avrà risorse per 750 miliardi di euro: di questi, 360 miliardi di euro saranno distribuiti ai 27 Stati membri dell’Ue sotto forma di prestiti (a tassi di interesse vantaggiosi e da restituire in un lungo arco di anni), mentre altri 390 miliardi di euro saranno dati come sussidi potenzialmente a fondo perduto.

Insieme alle risorse del prossimo bilancio comunitario, stiamo parlando nel complesso di oltre 1.800 miliardi di euro fino al 2027.

In base a quanto stabilito dal Consiglio europeo, i 750 miliardi del Next generation Eu saranno distribuiti nei prossimi anni sulla base di alcuni criteri: la popolazione di un Paese, il suo Pil pro capite, i dati sulla disoccupazione e quelli sull’andamento del Pil.

Al momento non ci sono ancora calcoli definitivi e ufficiali sulla ripartizione dei soldi del Next generation Eu – su cui ora sta trattando il Parlamento europeo – e regna ancora un certo margine di incertezza, come ha sottolineato il 7 settembre in audizione alla Camera Fabrizio Balassone, capo del Servizio struttura economica della Banca d’Italia.

In ogni caso, i «209 miliardi» di euro indicati da Zingaretti, che sarebbero destinati all’Italia, trovano conferma sia nelle fonti stampa che nelle stime del governo italiano, e sono in linea con le simulazioni più recenti fatte dalla Banca d’Italia. Di questi 209 miliardi, circa 82 miliardi dovrebbero arrivare sotto forma di sussidi e 127 miliardi come prestiti.

Secondo le stime non ufficiali, fatte anche da alcuni economisti, l’Italia sarà lo Stato europeo che beneficierà di più risorse dal Next generation Eu (davanti alla Spagna) come correttamente evidenziato da Zingaretti.

E gli altri Paesi, vogliono tagliare i parlamentari?

«Molti Paesi europei, nel mentre in Italia c’è il referendum, stanno discutendo la riduzione del numero dei propri parlamentari»

A quali Paesi Ue fa riferimento Zingaretti con questa dichiarazione? Molto probabilmente a Germania e Francia, dove c’è un dibattito sulla necessità di tagliare il numero dei parlamentari. Ma ognuno di questi esempi fa storia a sé: vediamo perché.

Germania

Il 26 agosto, dopo una lunga serie di trattative, la coalizione di governo guidata da Angela Merkel ha trovato un accordo per modificare l’attuale legge elettorale.

Senza entrare troppo nei dettagli, per il Bundestag – che è la camera bassa del Parlamento tedesco – l’attuale legge elettorale determina un numero minimo di 598 membri, cui possono aggiungersi dei seggi in più, in base all’esito delle elezioni.

Oggi il Bundestag conta 709 membri, un numero più alto della precedente legislatura (631), e secondo alcune previsioni c’è il rischio che alle elezioni del 2021 il numero possa superare la quota di 800.

Con l’intesa di maggioranza, si è raggiunto l’accordo di tagliare dal 2025 i distretti elettorali in cui è diviso il territorio tedesco da 299 a 280, riducendo di conseguenza anche il numero di parlamentari potenzialmente eleggibili.

Francia

In Francia, come ha sottolineato un dossier del Parlamento italiano, durante la campagna elettorale il futuro presidente Emmanuel Macron si era impegnato anche a ridurre il numero dei parlamentari, proposito ribadito anche nel suo primo discorso da presidente, davanti alle Camere riunite.

A differenza dell’Italia, questa modifica non comporterebbe una revisione della Costituzione francese, dato che il numero dei parlamentari non è stabilito in modo esplicito dalla carta costituzionale della Francia (che fissa solo un numero massimo).

A maggio 2018, il governo francese ha così presentato in Parlamento un disegno di legge per la riduzione dei deputati (da 577) a 404 e la riduzione dei senatori (da 348) a 244. Parallelamente, però, sono stati presentati un disegno di legge per modificare la legge elettorale e uno per cambiare alcuni aspetti della Costituzione francese, per modificare alcuni aspetti del procedimento legislativo. Al momento questo ampio progetto di riforma è ancora incompiuto.

Il passato del Pd sul taglio dei parlamentari

«Il Pd è stato tradizionalmente per la riduzione dei membri del parlamento»

Al netto di alcune precisazioni, qui Zingaretti fa un’affermazione in sostanza corretta. Ma procediamo con ordine, andando a ritroso nel tempo.

Innanzitutto è vero che nella Direzione nazionale del Pd del 7 settembre, il segretario ha chiesto al partito di votare sì al referendum sul taglio dei parlamentari del 20-21 settembre, in linea con quanto fatto dal Pd nella votazione definitiva in seconda lettura alla Camera dell’8 ottobre 2019. Ma è anche vero che nelle tre votazioni precedenti (prima lettura in Senato e Camera, e seconda lettura in Senato) il Pd votò contro la legge di riforma costituzionale in questione.

Come ha ricostruito un dossier del Parlamento, è però vero che storicamente, negli anni passati, diversi esponenti del Partito democratico – e anche i partiti di centrosinistra che lo avevano preceduto, come i Democratici di sinistra e il Partito democratico della sinistra – hanno condotto battaglie politiche a favore del taglio del numero dei parlamentari.

Tra le altre, ci limitiamo a ricordare il tentativo di riforma costituzionale voluto da Matteo Renzi (che riduceva il numero dei senatori a 100, lasciando inalterato quello dei deputati) e bocciato al referendum del dicembre 2016; la creazione di una commissione per le riforme costituzionali nel 2013 per mano di Enrico Letta, che proponeva 400 deputati e un numero di senatori tra 150 e 200; e la cosiddetta “Bozza Violante” della XV legislatura, con 512 deputati e 186 senatori.

Queste proposte si inserivano in contesti di riforma più ampi rispetto a quelli previsti dal taglio del referendum del 20-21 settembre, ma c’è un’eccezione. Come abbiamo spiegato di recente, nel 2008 alcuni senatori del Pd tra cui Luigi Zanda e Anna Finocchiaro – oggi per il no al referendum – proposero una riduzione del numero dei parlamentari di fatto identica a quella in discussione in queste settimane.

In conclusione

Abbiamo verificato cinque dichiarazioni della relazione del segretario del Pd Nicola Zingaretti, approvata il 7 settembre dalla Direzione nazionale del partito.

Per quanto riguarda il crollo del Pil italiano nel 2020 a livelli inferiori rispetto a «inizio secolo», Zingaretti ha ragione, se si guarda ai valori concatenati del Pil.

Zingaretti ha poi ragione quando ha ricordato che la Covid-19 ha aggravato le disuguaglianze nel nostro Paese (anche se è ancora presto per dire quanto) e quando ha detto che con 209 miliardi di euro l’Italia sarà la prima beneficiaria delle risorse del Recovery fund (anche se si parla di stime, per quanto autorevoli, e non di cifre ufficiali).

Infine, è sostanzialmente corretto dire che «tradizionalmente» il Pd è stato a favore del taglio dei parlamentari e che altri Paesi europei hanno un dibattito su questo tema. Ma Zingaretti omette di dire che ognuno di questi esempi fa storia a sé rispetto al referendum del 20-21 settembre, sia per quanto riguarda i tentativi italiani passati di riforma sia per quanto riguarda i sistemi parlamentari degli altri Stati.

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