Pubblicato: mercoledì 19 agosto 2020
Photo: Ansa
Il discorso di Draghi in cinque fact-checking

Il 18 agosto l’ex presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha tenuto un discorso nell’incontro inaugurale del Meeting di Rimini, organizzato ogni estate dal movimento cattolico Comunione e liberazione.

Con le sue parole – che hanno ricevuto molta attenzione dalla stampa italiana – Draghi ha fatto un quadro generale della crisi economica causata dalla Covid-19, tracciando alcuni principi che secondo lui andranno seguiti nei prossimi mesi per far ripartire il nostro Paese.

Ma quante delle cose dette corrispondono al vero o meno? Per controllare, abbiamo verificato cinque dichiarazioni dell’ex governatore della Banca d’Italia, che non ha commesso errori significativi.

1. La contrazione dell’economia

«Nel secondo trimestre del 2020 l’economia si è contratta a un tasso paragonabile a quello registrato dai maggiori Paesi durante la seconda guerra mondiale»

L’affermazione di Draghi è più o meno imprecisa a seconda dei Paesi che si prendono in considerazione e di cosa si intende per «paragonabile». C’è poi da tenere in considerazione che stiamo paragonando dati trimestrali, quelli del 2020, a dati annuali (non abbiamo trovato infatti dati trimestrali riferiti al periodo della seconda guerra mondiale, periodo per cui i dati sul Pil sono piuttosto difficili da ottenere e di affidabilità solo parziale).

Le differenze metodologiche tra i vari studi di storia economica rendono piuttosto difficili i confronti e ottenere dati sicuri, per cui rimane comunque un certo margine di incertezza: ma di certo sia durante la seconda guerra mondiale che nei mesi dell’epidemia del nuovo coronavirus ci sono stati cali significativi.

In particolare, l’Italia nel secondo trimestre del 2020 ha fatto registrare rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente un calo del Pil pari al 17,3 per cento. Durante il conflitto mondiale, secondo uno studio comparativo di Mark Harrison, professore di Economia dell'Università di Warwick – nell’anno di maggior calo per il Pil dell’Italia (il 1945 rispetto al 1944) la differenza in negativo era stata del 21,4 per cento.

Secondo dati più recenti e riferiti solo all’Italia, come quelli contenuti in Ascesa e declino di Emanuele Felice (2018), il calo più significativo del Pil italiano durante la guerra è invece avvenuto tra il 1942 e il 1943, quando diminuì in percentuale del 15 per cento abbondante (un dato dunque più vicino a quello del secondo trimestre del 2020).

La Francia, che nel secondo trimestre del 2020 ha registrato un calo del Pil pari al 19 per cento, tra il 1943 e il 1944 (anno di maggior calo) aveva visto il suo Pil scendere del 15,5 per cento (di nuovo secondo i dati riportati da Harrison). La Germania nel secondo trimestre 2020 ha visto il suo Pil calare, sempre rispetto allo stesso periodo del 2019, dell’11,7 per cento, contro il -29 per cento del 1945 rispetto al 1944. Il Regno Unito, infine, ha fatto segnare un -21,7 per cento di Pil nel secondo trimestre 2020 contro un -4,3 per cento tra il 1944 e il 1945.

Possiamo insomma dire – basandoci sui dati di Harrison, che come visto ad esempio per l’Italia non sono comunque pacifici – che per l’Italia e per la Francia il calo del Pil registrato nel secondo trimestre 2020 sia in effetti vicino a quello registrato negli anni peggiori per l’economia della seconda guerra mondiale. Per la Germania, uscita devastata dalla guerra, la crisi attuale è sì grave ma non è paragonabile a quella vissuta nel 1945. Per il Regno Unito la situazione invece è diametralmente opposta: la crisi causata dalla pandemia sta avendo un impatto sul Pil decisamente superiore a quello del secondo conflitto mondiale.

2. La crescita del debito pubblico e del deficit

«Il deficit e il debito pubblico sono cresciuti a livelli mai visti prima in tempo di pace»

Analizziamo la dichiarazione di Draghi partendo dall’Italia. Come abbiamo scritto in passato, il nostro governo ha dovuto fare ricorso a un maggiore indebitamento per oltre 100 miliardi di euro per finanziare i provvedimenti contenuti nei decreti “Cura Italia” e “Rilancio” (oltre 75 miliardi) e il decreto “Agosto” (25 miliardi).

Questo aumento del deficit comporterà un aumento del debito pubblico, sia in valori assoluti che in rapporto al Pil, e in questo secondo caso la crescita del rapporto sarà tanto più marcata quanto più forte sarà il crollo del denominatore, cioè della ricchezza nazionale prodotta.

A seconda delle previsioni, infatti, il nostro rapporto debito pubblico-Pil potrebbe raggiungere una percentuale a fine 2020 tra il 155 e il 160 per cento, in forte crescita rispetto all’attuale 135 per cento circa. Il deficit invece dovrebbe superare secondo le stime il 10 per cento, circa cinque volte il dato registrato nel 2019. Secondo le previsioni della Commissione europea, un aumento significativo del debito pubblico e del deficit verrà registrato a fine anno anche da tutti gli altri Stati dell’Ue.

Ma Draghi ha ragione quando dice che stiamo parlando di «livelli mai visti prima in tempo di pace»? Come ha sottolineato uno studio del 2008 della Banca d’Italia, quando si fanno confronti a livello internazionale sul debito pubblico molto lontani nel tempo, bisogna fare attenzione, a causa dei limiti metodologici degli indicatori utilizzati.

Possiamo comunque dire, in base agli studi a disposizione, che livelli molto alti di debito pubblico in rapporto al Pil sono stati registrati in passato da diversi Paesi europei, ma a ridosso dei conflitti mondiali e non in periodi di pace, come quello attuale. Dunque Draghi fa un’osservazione corretta.

Per esempio, come ha riportato la Bce in una pubblicazione del 2011, dopo la prima guerra mondiale l’Italia aveva un rapporto debito-Pil superiore al 160 per cento, mentre dopo la seconda guerra mondiale i Paesi Bassi avevano superato il 200 per cento (Grafico 1).

Grafico 1. Rapporto debito pubblico-Pil in cinque Paesi europei – Fonte: Banca centrale europea

3. L’Italia e gli anni Settanta

«[In Italia] l’inflazione passò dal 5 per cento del 1970 al 21 per cento alla fine di quegli anni e la disoccupazione dal 4 o 5 per cento al 7 per cento. La Lira in quegli anni perse metà del suo valore»

Secondo i dati della Banca mondiale, nel 1970 in Italia l’inflazione – ossia l’aumento progressivo del livello medio generale dei prezzi – si era attestata al 5 per cento circa, arrivando poi a toccare il 19,1 per cento nel 1974 e il 21 per cento nel 1980, il livello più alto mai raggiunto dal 1960 ad oggi (Grafico 2).

Grafico 2. Livello dell’inflazione in Italia, dal 1960 al 2019 – Fonte: Banca mondiale

Draghi cita dunque due percentuali corrette. Discorso analogo vale per il tasso di disoccupazione: secondo le elaborazioni Istat, nel 1970 questo indicatore si era attestato al 5,5 per cento (dato arrotondato dall’ex presidente della Banca centrale europea per difetto), mentre nel 1980 al 7 per cento.

Ed è vero che negli anni Settanta la lira «perse metà del suo valore»? Anche qui Draghi ha ragione. In base alle serie storiche sui tassi di cambio della Banca d’Italia, nel 1969 servivano oltre 600 lire per ottenere un dollaro statunitense; nel 1981 ne servivano circa il doppio, ossia oltre 1.100.

4. Il risparmio delle famiglie nell’area euro

«Il risparmio delle famiglie nell’area dell’euro è arrivato al 17 per cento dal 13 per cento dello scorso anno»

Le percentuali citate da Draghi, anche se arrotondate, sono sostanzialmente corrette.

A fine luglio, Eurostat ha infatti pubblicato i dati relativi al primo trimestre del 2020 sul tasso di risparmio delle famiglie europee (household saving rate, in inglese), che in parole semplici indica il risparmio delle famiglie in percentuale del loro reddito disponibile.

Secondo Eurostat, nei primi tre mesi di quest’anno il tasso di risparmio nelle famiglie dell’area euro (19 Paesi membri) è stato del 16,8 per cento, in crescita rispetto al 12,5 per cento del trimestre precedente, ossia gli ultimi tre mesi del 2019 (Grafico 3).

Grafico 3. Tasso di risparmio delle famiglie europee – Fonte: Eurostat

Come ha sottolineato Eurostat, questo è l’aumento più alto mai registrato dal 1999, ossia da quando sono iniziate le rilevazioni statistiche di questo tipo.

5. Quanto è importante l’ambiente per le persone

«La protezione dell’ambiente [...] è considerata dal 75 per cento delle persone nei 16 maggiori Paesi al primo posto nella risposta dei governi [...] a quello che è il più grande disastro sanitario dei nostri tempi»

In questo caso l’ex governatore della Banca d’Italia fa riferimento a un sondaggio condotto a maggio scorso da Ipsos Mori, una delle società di ricerche di mercato più famose al mondo, i cui risultati sono stati pubblicati a giugno.

I ricercatori hanno intervistato circa 16 mila persone in 16 Paesi del mondo (Australia, Brasile, Canada, Cina, Germania, Spagna, Francia, India, Italia, Giappone, Messico, Russia, Corea del Sud, Regno Unito, Stati Uniti e Sud Africa), chiedendo loro se fossero d’accordo o meno con la seguente affermazione: «Io mi aspetto che il mio governo renda la protezione ambientale una priorità nel pianificare la ripresa per la crisi della Covid-19».

In media, circa il 75 per cento degli intervistati – tre persone su quattro – ha risposto a favore di questa posizione (Grafico 4).

Grafico 4. Percentuale di persone a favore del rendere la protezione ambientale una priorità per i governi nella ripresa dalla crisi della Covid-19 – Fonte: Ipsos Mori

In conclusione

Nel suo discorso al Meeting di Rimini, l’ex presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha parlato della crisi economica causata dal coronavirus, facendo alcune dichiarazioni verificabili.

Ne abbiamo verificate cinque e l’ex governatore della Banca d’Italia non ha commesso errori significativi.

Draghi infatti cita correttamente sia i dati sull’aumento del risparmio delle famiglie nell’area euro sia i risultati di un sondaggio sull’importanza dell’ambiente per i cittadini in 16 Paesi del mondo sia le statistiche relative all’Italia degli anni Settanta.

Draghi fa poi due osservazioni sostanzialmente corrette quando dice che il debito pubblico e il deficit toccheranno molto probabilmente livelli mai visti se non durante i periodi di guerra e quando sostiene che il crollo del Pil registrato in questi mesi è paragonabile più o meno a quello durante la Seconda guerra mondiale, anche se qui ci sono differenze tra i vari Paesi e limiti metodologici, per dati così risalenti nel tempo, che invitano alla cautela nel fare paragoni.

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