Pubblicato: lunedì 30 settembre 2019
Photo: Ansa
Il ministro Gualtieri a Mezz’ora in più: il fact-checking

Il 29 settembre 2019, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri (Pd) è stato ospite di Lucia Annunziata a Mezz’ora in più su Rai3.

Dall’emergenza climatica all’evasione fiscale, abbiamo verificato sette dichiarazioni dell’ex europarlamentare del Pd, e alcune cose non tornano.

La richiesta Ue sul deficit

«La raccomandazione dell’Europa di luglio dice che dovremmo ridurre dello 0,6 per cento il deficit strutturale» (-1:24:25)

Come stabilisce il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue, art. 121 co. 4), il Consiglio dell’Unione europea – su raccomandazione della Commissione Ue – può rivolgere «necessarie raccomandazioni» a uno Stato membro per porre rimedio a squilibri che possano mettere a rischio la stabilità economica dell’Ue.

Come si legge in un approfondimento della Camera dei deputati, il 5 luglio 2019 il Consiglio ha raccomandato «che l’Italia adotti provvedimenti nel 2019 e nel 2020 al fine di assicurare una riduzione in termini nominali della spesa pubblica primaria netta dello 0,1 per cento nel 2020, corrispondente a un aggiustamento strutturale annuo dello 0,6 per cento del Pil».

Gualtieri ha dunque ragione. Ricordiamo che il “deficit strutturale” è il deficit depurato della componente ciclica e delle spese una tantum.

Quanto spendiamo di interessi per il debito

«Noi spendiamo troppo in interessi sul debito pubblico» (-1:24:06)

Secondo i dati più recenti contenuti nel Documento di Economia e Finanza (Def) del 2019, gli interessi sul debito per il 2018 sono stati uguali al 3,7 per cento del Pil.

In cifre, si parla di una spesa di 64,9 miliardi di euro, in leggera riduzione rispetto all’anno precedente (3,8 per cento nel 2017) e in linea con il trend in calo degli ultimi sei anni.

È «troppo» come dice Gualtieri? Quello del ministro è un giudizio, ma per avere un ordine di grandezza abbiamo visto in passato come questa spesa sia uguale (più o meno) a quella che il nostro Paese affronta ogni anno per l’istruzione.

L’estinzione della vita sulla Terra

«Noi sappiamo che se non riduciamo le emissioni e non le portiamo a zero, quelle nette, al 2050, noi rischiamo l’estinzione della vita sulla Terra» (-1:14:44)

Questa previsione del ministro è fortemente esagerata.

È vero che nell’ultimo rapporto si legge che «il raggiungimento e il mantenimento a un valore zero delle emissioni globali nette di CO2 antropogeniche [...] fermerebbe il riscaldamento globale antropogenico per diversi decenni». Con emissioni “nette” si fa riferimento alla differenza tra le emissioni totali di gas serra e quelle assorbite in natura.

Ma non rischiamo «l’estinzione della vita sulla Terra». Non che ci sia da stare tranquilli: i tassi di scomparsa di moltissime specie stanno aumentando con un ritmo senza precedenti, ma tutti gli studi più recenti propendono per il fatto che anche un effetto serra incontrollato e irreversibile non dovrebbe riuscire a portare all’estinzione completa della vita sul nostro Pianeta (compresa quella della specie umana).

Lo scorporo degli investimenti dal deficit

«Esistono altri strumenti [...] che già consentono a dei fondi [...] di essere scorporati dal deficit» (-1:11:57)

In questo caso, Gualtieri fa riferimento a un suo risultato raggiunto da europarlamentare, con l’istituzione del “Piano di investimenti per l’Europa” (noto anche come “Piano Juncker”) nel 2015, quando l’attuale ministro presiedeva la Commissione per i problemi economici e monetari (Econ) dell’Europarlamento.

Questo piano, si legge sul sito della Commissione Ue, mirava «a mobilitare almeno 315 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati fino al 2018».

Il nucleo del Piano era costituito dal Fondo europeo per gli investimenti strategici, a cui i Paesi Ue potevano contribuire sotto forma di garanzie o in contanti e il cui funzionamento è stato prorogato fino alla fine del 2020. Gli Stati membri, spiega la Commissione, «possono partecipare tramite le “piattaforme di investimento”, che verranno create per sostenere gruppi di progetti. Possono inoltre contribuire al finanziamento di progetti specifici».

Come ha chiarito la Commissione Ue in una comunicazione del 2015, è vero come dice Gualtieri che una parte degli investimenti degli Stati alle piattaforme ricordate qui non sarebbero stati registrati come disavanzo e debito.

Quanto vale l’evasione fiscale

«Se noi teniamo conto – stime della Commissione Giovannini – che ci sono 107 miliardi l’anno di evasione fiscale, se anche in parte venissero recuperati consentirebbero di avere misure per la crescita, per la riduzione delle tasse, per gli investimenti, per un welfare di qualità» (-1:17:20)

La cifra citata da Gualtieri è corretta.

Ogni anno una commissione del Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) – composta da 15 esperti in materie economiche, statistiche e fiscali e con presidente Enrico Giovannini – pubblica la Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva. La relazione, con calcoli complessi, produce una stima ufficiale dell’ammontare delle entrate sottratte al bilancio pubblico.

Secondo i dati più recenti (pubblicati nel 2018), nel 2016 l’evasione fiscale e contributiva è stata quantificata in 107,5 miliardi di euro.

Come abbiamo verificato di recente, è anche vero che un adeguamento del nostro Paese alla media Ue dell’evasione recupererebbe alle casse pubbliche, in potenza, decine di miliardi.

I risultati della fatturazione elettronica

«La fatturazione elettronica sta dando molto in fatto di gettito» (-1:06:42)

La fatturazione elettronica è un sistema digitale di emissione e trasmissione delle fatture, introdotto, tra le altre cose, per contrastare l’evasione fiscale.

Come ha sottolineato la Commissione europea in una raccomandazione all’Italia del 2017, l’utilizzo di questo strumento permette una maggiore tracciabilità dei pagamenti. In un Paese come l’Italia, dove pagamenti elettronici ed evasione dell’Iva sono rispettivamente minori e maggiori rispetto alla media Ue, questo significa un minore incentivo a evadere.

La legge di bilancio per il 2018, approvata a dicembre 2017 dall’allora governo Gentiloni (Pd), ha introdotto l’obbligo dal 1° gennaio 2019 di emettere soltanto fatture elettroniche, con poche eccezioni.

Come abbiamo spiegato in un precedente fact-checking, è vero che nei primi sei mesi del 2019 le entrate per l’Iva sono aumentate di circa 2 miliardi di euro rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Con ogni probabilità, questo è stato merito anche di una misura come la fatturazione elettronica, come è stato notato anche dalla stampa.

L’uso dei pagamenti elettronici

«Noi siamo il Paese che utilizza meno i pagamenti digitali, pagamenti elettronici: è una statistica, siamo poco sopra il 20 per cento» (-1:06:38)

Qui Gualtieri è impreciso, come abbiamo verificato di recente in un nostro approfondimento sul tema. L’utilizzo dei pagamenti elettronici è meno diffuso di quanto dice il ministro dell’Economia, anche se bisogna fare una distinzione tra volume delle transazioni e quello del loro valore.

Nel rapporto della Banca d’Italia L'utilizzo del contante in Italia, pubblicato a gennaio 2019, sono stati elaborati i dati contenuti nel report della Bce Study on the use of cash by households del novembre 2017 – con dati aggiornati al 2016 – che danno un quadro complessivo delle abitudini dei consumatori italiani per quanto riguarda i metodi di pagamento utilizzati.

Nella ricerca, si legge che «in Italia nel 2016 il contante è stato lo strumento più utilizzato nei punti vendita: l’85,9 per cento delle transazioni è stato regolato in contanti, per un valore pari al 68,4 per cento del totale».

Per quanto riguarda «gli strumenti alternativi al contante», scrive la Banca d’Italia, quelli più utilizzati «sono state le carte di pagamento (di debito, di credito e prepagate) con le quali è stato regolato il 12,9 per cento delle transazioni (28,6 per cento in valore) [...]. Le transazioni con altri strumenti di pagamento sono state l’1,2 per cento del totale (3,1 per cento in valore)».

C’è chi ha poi numeri più alti di noi sull’uso del contante, e di conseguenza con un minor impiego dei pagamenti elettronici.

Nel volume della transazioni con contanti, peggio di noi fanno Malta (con il 92 per cento), Spagna (87 per cento), Grecia e Cipro (88 per cento). Per quanto riguarda il valore delle transazioni, l’Italia, con il 68 per cento, è pareggiata dalla Spagna e Slovenia, e superata solo da Grecia e Cipro.

In conclusione

Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, ospite a Mezz’ora in più su Rai3, ha rilasciato sette dichiarazioni verificabili.

Di queste, cinque sono sostanzialmente corrette (come quelle sulle stime dell’evasione fiscale e sulle raccomandazioni Ue), mentre due sono imprecise.

È esagerato, per esempio, dire che con il riscaldamento globale si rischia l’estinzione della vita sulla Terra e non è vero che siamo il Paese che usa meno i pagamenti digitali: c’è in Europa chi fa peggio di noi.

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