Pubblicato: sabato 18 maggio 2019
Perché il misterioso manoscritto Voynich è... ancora misterioso

di Alessio Mancini (Università di Kiel) e Tommaso Mari (Università di Bamberg)

Circola in rete da un paio di giorni la notizia secondo cui il “libro più misterioso del mondo”, vale a dire il manoscritto Voynich – un codice risalente al XV secolo, caratterizzato dalla singolare compresenza di bizzarre illustrazioni e di un testo composto in un sistema di scrittura che ha finora resistito a tutti i tentativi di decifrazione – avrebbe finalmente svelato i suoi segreti grazie all'opera di un ricercatore dell'università di Bristol, Gerard Cheshire (qui il testo del suo articolo, pubblicato online il 29 aprile sulla rivista Romance Studies).

La notizia, apparsa sui quotidiani online di mezzo mondo, è stata ripresa in Italia ad esempio dall’Ansa (‘Craccato’ il codice del più misterioso dei manoscritti, 16 maggio) e da Repubblica (Decifrato il manoscritto Voynich: “Dietro il codice più misterioso un compendio di rimedi erboristici e oroscopo”, 15 maggio).

Altri organi di informazione all'estero – come per esempio il Guardian – hanno invece riportato le tesi di Cheshire con toni decisamente più cauti, sottolineando i dubbi di alcuni esponenti della comunità scientifica sulle conclusioni di Cheshire.

Ma vediamo perché la notizia della decifrazione del manoscritto è, per citare Mark Twain, grandemente esagerata.

Da Praga a Roma

Non è certo la prima volta che il Voynich fa parlare di sé 'invadendo' la stampa non specialistica. Il manoscritto – che è ora conservato presso la Beinecke Library dell’Università di Yale, negli Stati Uniti, col numero di inventario 40 – prende il nome dal bibliofilo polacco Wilfrid Voynich, che lo acquistò nel 1912 a Frascati insieme ad altri volumi antichi di proprietà dei Gesuiti.

Fig. 1: Una delle prime pagine del manoscritto Voynich. Fonte: Archive.org

L’origine del codice non è meno misteriosa del suo contenuto, e ha contribuito non poco ad alimentarne la fama: se ne perdono infatti le tracce all'inizio del Seicento tra alchimisti praghesi, astrologi britannici, una fantomatica attribuzione al filosofo Roger Bacon e lo spettro di una truffa ai danni dell'imperatore Rodolfo II d’Asburgo (che secondo alcuni si lasciò convincere ad acquistare il manoscritto a peso d'oro proprio perché persuaso dalla provenienza baconiana).

Quel che è certo è che, nel Seicento, il codice dalla Boemia passò in Italia, quando il rettore dell'università di Praga Jan Marek Marci lo spedì al gesuita Athanasius Kircher, filosofo, storico e linguista, perché provasse a decifrarlo; dopo la morte di Kircher la sua biblioteca divenne proprietà della Pontificia Università Gregoriana di Roma, nelle cui disponibilità il codice rimase fino all'acquisizione da parte di Voynich, che lo portò con sé in America e lo espose al pubblico per la prima volta nel 1921.

Azteco o cinese?

A partire da quel momento, rigorosi studi scientifici e teorie più o meno strampalate sull’origine e il significato del manoscritto si sono moltiplicati a centinaia e senza soluzione di continuità, tanto che esistono perfino siti specializzati, come questo, che permettono di tenersi aggiornati sulle varie interpretazioni proposte e di ammirarne tutta la variopinta varietà.

La datazione al radiocarbonio ha assegnato il codice al periodo 1408-1438, quindi si può escludere la possibilità di una falsificazione moderna. Ma per il resto, praticamente ogni aspetto relativo al suo contenuto rimane pressoché ignoto: tanto i crittografi, secondo i quali il Voynich è scritto in una lingua europea nota ma resa inintelligibile da una chiave cifrata estremamente complessa, quanto i linguisti, che hanno di volta in volta creduto di poter individuare nel suo bizzarro alfabeto lingue come l’antico turco, l’ebraico, il cinese, il vietnamita o l’azteco, non sono riusciti neppure a scalfire il mistero incarnato da questo bizzarro manoscritto.

C’è stato anche chi ha concluso che in realtà il Voynich non sia altro che una beffa elaboratissima e geniale, e che dunque testo e immagini non intendano trasmettere in realtà alcun significato.

L’ipotesi di Cheshire (e perché non funziona)

Ma qual è l’ipotesi più recente? Nel suo recentissimo articolo, Cheshire scrive che il manoscritto sarebbe stato prodotto verso la metà del XV secolo ad Ischia per la regina Maria di Castiglia, ma non fornisce alcuna prova al riguardo se non una enigmatica mappa che, a suo giudizio, rappresenterebbe tra le altre cose Ischia. La scrittura sarebbe un alfabeto tipico dell’isola e mai attestato in altri documenti.

Fig. 2: La mappa che rappresenterebbe anche Ischia (ms. Voynich, f. 86v)

La lingua sarebbe il “proto-romanzo”, l’ipotetico antenato ricostruito dagli studiosi per le lingue romanze, che secondo Cheshire sarebbe stato estinto ovunque nel XV secolo salvo ad Ischia, e di cui il manoscritto Voynich costituirebbe l’unica attestazione. Queste affermazioni sarebbero dovute bastare a privare la tesi di Cheshire di qualsiasi valore; le prime due perché indimostrate e indimostrabili, la terza perché palesemente assurda.

Il “proto-romanzo” è una lingua ricostruita in via ipotetica a partire dal confronto fra le varie lingue romanze, cioè non fu mai una lingua “reale”, e in ogni caso avrebbe dato vita alle lingue regionali e nazionali già nei primi secoli del Medioevo, ad Ischia come altrove – le varietà linguistiche di Ischia storicamente attestate sono riconducibili al napoletano, ed Ischia non fu mai in una condizione di “isolamento socio-culturale, politico e religioso” tanto grave e tanto duratura da preservare una lingua estinta altrove (come invece crede Cheshire).

Qualche esempio

Ma chi si spinga oltre le conclusioni di Cheshire e consideri anche il modo in cui queste sono state ottenute non può che rimanere fortemente perplesso. Per decifrare la scrittura del manoscritto, Cheshire considera singole parole, perlopiù prossime a disegni; attribuisce a tali parole un significato vagamente compatibile coi disegni; stabilisce una corrispondenza tra i segni che compongono la parola e una parola di una lingua esistente dallo stesso significato; attribuisce ad ogni segno il suono che ha nella parola di quella lingua.

Tale metodo, che non è in sé irragionevole ma va usato con grande cautela, in quanto si presta ad arbitrio, è applicato con l’arbitrarietà più totale. Per esempio, Cheshire interpreta un disegno come un monaco barbuto in una vasca; vicino al disegno si leggono alcuni segni; Cheshire li traslittera come “opat a sa”, che traduce “it is abbot” (“questo è l’abate”), poiché “opát” significa “abate” in alcune lingue slave (neanche romanze!); la conclusione è che i medesimi segni, presi singolarmente, rappresenteranno i medesimi suoni nel resto del manoscritto.

Fig. 3: I segni interpretati come “opat a sa” da Cheshire (ms. Voynich, f. 70r)

Ciò porta Cheshire a ricostruire delle stringhe di testo che non solo non corrispondono a nessuna lingua esistente, ma che non hanno nulla in comune con le ricostruzioni del “proto-romanzo”, il quale è al contrario piuttosto simile al latino. Per esempio, Cheshire traslittera la prima riga di testo che accompagna il disegno di una pianta come:

panais-or o nauira æo arna o péor omor or é’epe a doméas t’

Che traduce “the narrow golden taproot, its bark has the potency to kill the domestic/family belly” (“il sottile fittone dorato, la sua corteccia ha il potere di uccidere la pancia domestica/della famiglia”); nella sua interpretazione, l’olio di questa pianta, che egli crede corrispondere alla borragine, era utilizzato per indurre l’aborto.

Fig. 4: La “borragine” (ms. Voynich, f. 23v)

È evidente come questa stringa di testo non solo non abbia alcun senso, ma nemmeno assomigli ad alcuna lingua nota, men che meno una lingua romanza; eppure Cheshire crede di ritrovare le singole parole in latino e in svariate lingue romanze: per esempio, crede che “o’nauira” sia latino, cosa che non può in alcun modo essere. Lo stesso metodo egli applica a tutte le (piccole) porzioni di testo che trascrive, mostrando di ignorare sia i principi ricostruttivi della linguistica storica che le singole lingue.

D’altro canto, Gerard Cheshire, che varie testate nazionali e internazionali indicano come “esperto”, non è un esperto né di linguistica storica né di paleografia né di crittografia; nel sito dell’Università di Bristol compare come “Visiting Research Associate” presso la Facoltà di Neuroscienze; stando al suo profilo LinkedIn, ha recentemente ottenuto un dottorato in “Human Behavioural Ecology”, avendo studiato in precedenza “Insect Ecology” e antropologia.

Come scrive lui stesso alla fine dell’articolo, avrebbe trovato la soluzione all’annoso enigma del Voynich nel 2017 in appena due settimane, poco dopo aver appreso dell’esistenza del manoscritto. Proprio nel 2017 ha scritto un paio di articoli sul Voynich e li ha caricati (non pubblicati) su Lingbuzz, non una rivista soggetta a peer-review ma un archivio aperto in cui chiunque può depositare liberamente i propri lavori di argomento linguistico.

La rivista Romance Studies, in cui è recentemente apparso l’articolo qui discusso, dichiara di applicare un sistema di “double blind peer review” a cura di esperti esterni, indipendenti ed anonimi; se ciò risponde al vero, gli editori dovrebbero probabilmente considerare con maggiore cautela la scelta degli esperti a cui sottoporre gli articoli da valutare.

In conclusione

La notizia riportata dalla stragrande maggioranza della stampa (italiana e non) sull’avvenuta decifrazione del Voynich è falsa nella misura in cui l’articolo di cui si dà notizia e che non si sottopone a scrutinio critico non ha veramente decifrato l’enigmatico manoscritto; un’informazione più responsabile e accurata avrebbe dovuto o semplicemente dar notizia che l’articolo dichiara di aver decifrato il Voynich o, ancora meglio, sottoporre la questione a degli esperti e registrarne il parere.

Il manoscritto Voynich mantiene intatto il suo segreto, e la sua digitalizzazione (liberamente consultabile e scaricabile qui) permette a chiunque di sfidarlo: l'importante è farlo con metodo e con la giusta dose di buon senso.

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