Pubblicato: lunedì 6 dicembre 2021
Photo: Ansa
L’Italia è ancora impreparata nel monitoraggio dell’epidemia

Nelle ultime due settimane sta destando preoccupazione la diffusione nel mondo di una nuova variante del coronavirus, la variante omicron, che in base ai primi dati sembra essere più contagiosa delle altre.

Al 4 dicembre in Italia erano stati identificati nove casi di infezioni da variante omicron, ma è probabile che i contagi reali siano di più. Lo scorso 26 novembre il Ministero della Salute ha raccomandato a tutte le regioni di rafforzare sia le attività di tracciamento, per individuare e isolare i contatti dei contagiati, sia di sequenziamento, per analizzare i campioni del virus e capire da quale variante provengono.

Ad oggi come è messo il nostro Paese su questi due fronti? Numeri alla mano, non bene: tracciamo e sequenziamo ancora troppo poco, rendendo più difficile la gestione dell’epidemia. Questo non è uno scenario nuovo: già a gennaio scorso avevamo spiegato come l’Italia fosse impreparata alla diffusione di nuove varianti. I passi in avanti compiuti fino ad oggi non sono stati sufficienti a migliorare la situazione di partenza.

Si sequenzia poco

Secondo i dati più aggiornati dell’Istituto superiore di sanità (Iss), negli ultimi undici mesi sono stati sequenziati circa 75.7oo campioni, il 2,7 per cento su un totale di oltre 2,8 milioni di contagi notificati. Tra gennaio e luglio 2021 il tasso di sequenziamento – ossia la percentuale di campioni sequenziati sul totale dei casi – è progressivamente aumentato, ma è poi tornato a scendere. A ottobre (dati ancora non consolidati) è stato sequenziato in media il 4,9 per cento dei campioni, in calo dal 6,2 per cento di settembre, mentre a novembre (anche qui dati preliminari) siamo stati intorno all’1,1 per cento.

Il calo degli ultimi mesi non è un buon segnale, così come non lo è rimanere intorno alla soglia del 5 per cento. A gennaio scorso la Commissione europea aveva infatti raccomandato di sequenziare «preferibilmente» il 10 per cento dei campioni, considerando la soglia del 5 per cento come un traguardo minimo. Il 5 per cento è anche la soglia di base individuata dagli esperti e dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per poter fare una corretta sorveglianza.

Le percentuali nazionali nascondono forti differenze a livello regionale. Tra il 9 ottobre e il 22 novembre in Sardegna è stato per esempio sequenziato il 16,7 per cento dei campioni positivi e in Molise il 15,4 per cento, mentre in Piemonte e Puglia solo lo 0,1 per cento, in Toscana e Liguria lo zero per cento. Il Veneto ha sequenziato lo 0,3 per cento dei campioni, la Valle d’Aosta lo 0,4 per cento, la provincia autonoma di Trento lo 0,5 per cento e la Campania lo 0,7 per cento. Le uniche a superare il 5 per cento sono, oltre a Sardegna e Molise, la Lombardia, l’Abruzzo e l’Umbria. Si avvicinano a questa soglia la Sicilia e la provincia autonoma di Bolzano.

Avere risultati disomogenei sul territorio può avere conseguenze rilevanti. A maggio scorso il Centro europeo per il controllo delle malattie (Ecdc), l’agenzia indipendente dell’Unione europea che aiuta gli Stati membri nella lotta alle malattie infettive, ha infatti sottolineato che nel processo di sequenziamento bisogna evitare di sequenziare campioni provenienti solo da un’area geografica o da un gruppo demografico perché si rischia o di sottovalutare il fenomeno di diffusione di una variante o di sopravvalutarlo.

Nei mesi scorsi l’Iss ha condotto diverse indagini sulla diffusione delle varianti nel nostro Paese, sequenziando in pochi giorni migliaia di campioni prelevati in modo casuale tra tutti quelli positivi. Al momento però l’ultima indagine di questo tipo risale all’8 ottobre, con dati aggiornati a fine settembre.

Si traccia anche poco

Il quadro non migliora se si passa dal sequenziamento al tracciamento, anzi. Pure su questo fronte gli sforzi dovrebbero essere intensificati da tempo. Ricordiamo che il tracciamento dei contatti è quella attività con cui si individuano i contatti di un contagiato per isolarsi ed evitare, nel caso fossero a loro volta infetti, di diffondere il virus.

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Secondo i dati più aggiornati del Ministero della Salute, tra il 22 e il 28 novembre solo quattro regioni (Campania, Emilia-Romagna, Marche e Molise) conoscevano la data di inizio di sintomi di tutti i contagiati diagnosticati (indicatore 1.1 del monitoraggio). Questo indicatore è fondamentale per calcolare correttamente l’indice Rt, che quantifica quanto velocemente si diffonde il virus nella popolazione, e per poter mettere in isolamento nel minor tempo possibile i contatti stretti del contagiato.

Le regioni hanno poi ampie differenze sul numero di giorni che trascorrono tra la data di inizio sintomi e quando avviene la diagnosi di positività (indicatore 2.2 del monitoraggio). Meno tempo passa, meglio è per avere un tracciamento efficace. Mentre nelle Marche, Molise e Toscana passano zero giorni (dato mediano), in Basilicata, Liguria, Piemonte e Sardegna ne passano tre. Le altre regioni si posizionano tra uno e due giorni.

La scarsa qualità del tracciamento fa sì che nelle ultime due settimane 31 mila casi non sono stati associati a catene di trasmissione note (indicatore 3.6 del monitoraggio). Detta altrimenti, non si sa dove questi contagiati abbiano potuto prendere il virus. Ma se non si riesce a capire come una persona abbia fatto a contagiarsi, è sostanzialmente impossibile rompere la catena del contagio.

Nella provincia autonoma di Bolzano per il 45 per cento dei casi è sconosciuta l’origine del contagio, in Lombardia, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia e Valle d’Aosta in un terzo dei casi, in Puglia, Toscana e provincia autonoma di Trento in un quarto e in Piemonte, Sicilia e Umbria in poco meno di un quinto. Solo Basilicata e Molise hanno dichiarato di essere riuscite a risalire all’origine di tutti i casi.

Anche il tasso di positività dei test – ossia il numero di positivi sui casi testati – è molto alto, soprattutto se si escludono i tamponi provenienti dalle attività di screening o fatti sugli stessi soggetti, per esempio per verificare se si è guariti (indicatore 2.1 del monitoraggio). Nella provincia autonoma di Bolzano il tasso di positività così ottenuto è al 20 per cento, al 15 per cento nel Lazio, al 13 per cento nella provincia autonoma di Trento, al 10 per cento in Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Sicilia e Toscana e sopra il 5 per cento in Basilicata, Calabria, Campania, Marche, Molise.

Infine, grandi differenze territoriali ci sono anche sul numero di persone dedicate al tracciamento dei contatti (indicatore 2.4 del monitoraggio). Basilicata e provincia autonoma di Bolzano hanno 1,4 addetti al tracciamento ogni 10 mila abitanti, mentre la Sardegna solo 0,3. Sopra a uno – la soglia considerata minima dal governo per avere un tracciamento funzionante – ci sono il Molise, il Piemonte, la provincia autonoma di Trento e il Veneto, mentre Valle d’Aosta, Puglia, Liguria, Marche e Lombardia sono intorno allo 0,4.

Le deludenti capacità di tracciamento non sono dovute solo alla ripresa dei contagi, causata da alcune settimane in Italia dall’arrivo delle quarta ondata. Anche in estate, quando l’incidenza dei casi era molto bassa, il tracciamento dei contatti era andato male.

In conclusione

L’Italia continua a essere impreparata nel monitoraggio dell’epidemia. I campioni sequenziati sono pochi e insufficienti a tenere sotto controllo la diffusione delle varianti nel nostro Paese. Alcune regioni riescono a sequenziare un buon numero di campioni, mentre altre quasi nessuno.

Il tracciamento dei contatti continua a essere debole. Le persone addette sono poche, le regioni faticano anche solo a sapere la data di inizio sintomi di tutti i casi positivi, per molti casi è sconosciuta l’origine e possono passare mediamente anche tre giorni tra lo sviluppo dei sintomi e la diagnosi. Tracciare i casi e interrompere le catene del contagio, l’unico modo per bloccare la crescita dei casi senza restrizioni o cambi di comportamento, è sostanzialmente impossibile in questa situazione.

di Lorenzo Ruffino

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