Pubblicato: venerdì 15 ottobre 2021
Photo: Ansa
Non solo “fake news”: perché Bulgaria e Romania hanno così pochi vaccinati

Ci sono due Paesi nell’Unione europea che, pur avendo accesso ai vaccini acquistati dalla Commissione europea per tutti gli Stati membri, hanno una percentuale di vaccinati estremamente bassa: la Romania e la Bulgaria.

La ripercussioni in termini di decessi sono estremamente gravi. Ma da che cosa dipende questa pessima situazione dei due Stati dell’Est Europa? Qual è il ruolo della disinformazione? Abbiamo provato a rispondere a queste domande, anche con l’aiuto dei nostri colleghi fact-checker bulgari e rumeni.

L’andamento della campagna vaccinale e dei decessi

In Romania le persone con più di 18 anni che hanno ricevuto almeno una dose di vaccino – secondo i dati dell’European center for disease prevention and control, (Ecdc), aggiornati al 14 ottobre – sono appena il 36,3 per cento del totale. In Bulgaria ancora meno, il 24,7 per cento. La media dell’Unione europea è invece pari all’80,3 per cento: un dato più che doppio rispetto a quello rumeno e più che triplo rispetto a quello bulgaro.

Ai record negativi di popolazione protetta contro il nuovo coronavirus, nell’Unione europea, corrisponde purtroppo il record di decessi da Covid-19: al 12 ottobre la Romania registrava – dato calcolato su media mobile a sette giorni – 16 morti ogni milione di abitanti, la Bulgaria 12,1 morti per milione di abitanti: i due dati peggiori tra gli Stati Ue.

Grafico 1. Media mobile a 7 giorni sui decessi da Covid-19 in Romania, Bulgaria, Ue e Portogallo. Fonte. Our world in data

La media dell’Unione europea, lo stesso giorno, era invece pari a 1,67 morti per milione di abitanti: un dato quasi dieci volte inferiore a quello della Romania e sette volte inferiore a quello della Bulgaria. Il confronto con il Paese più vaccinato dell’Ue, il Portogallo (98,2 per cento di maggiorenni vaccinati con almeno una dose) è ancora più impietoso: qui i decessi sono (sempre al 12 ottobre) 0,73 per milione di abitanti.

La situazione nei due Paesi dell’Est Europa – come si vede nel Grafico 1 – è oltretutto in peggioramento. La Romania, in particolare, ha visto i suoi decessi aumentare di otto volte nell’arco dell’ultimo mese: da poco più di 2 morti per milione di abitanti il 12 settembre si è passati a 16 morti per milione di abitanti il 12 ottobre. La Bulgaria, nello stesso arco temporale, è andata da 8,5 a 12,1 morti per milione di abitanti.

La Ue nel complesso, nel frattempo, è rimasta in media abbastanza stabile, seppur in lieve aumento: era a 1,11 decessi per milione di abitanti il 12 settembre, un mese dopo è arrivata a 1,67 morti per milione di abitanti. Il Portogallo, già citato, ha visto invece il proprio dato migliorare: da 0,89 decessi per milione di abitanti a 0,73.

Una realtà innegabile, eppure…

Dai dati appena visti emerge in maniera inequivocabile come la bassa percentuale di vaccinati contro la Covid-19 abbia ripercussioni molto gravi, in termini di decessi, su Romania e Bulgaria. Basti pensare che i dati sui decessi per milione di abitanti che hanno registrato nelle ultime settimane Bucarest e Sofia sono simili o anche superiori a quelli che registrò l’Italia all’apice della prima e della seconda ondata, nel 2020, prima che si avviasse la campagna vaccinale.

La differenza tra gli effetti della pandemia, dopo l’estate, in un Paese con una percentuale di vaccinati alta e uno con una percentuale bassa è evidente. Ma allora come mai la campagna vaccinale in Romania e Bulgaria va così male?

Disinformazione sì, ma non solo

Abbiamo contattato i nostri colleghi di Verificat-Afp (Romania), Valentina-Paula Cabescu, e Proveri-Afp (Bulgaria), Rossen Bossev, per cercare di capire meglio il contesto che ha portato alla grave situazione attuale nei due paesi.

Romania

In Romania sicuramente c’è un problema di notizie false e disinformazione, ma non sembra essere questa la specificità del Paese che ha un maggiore impatto sullo scarso successo della campagna vaccinale. Le cosiddette “fake news” circolano in tutta Europa – come emerge anche dai recenti brief dello European digital media observatory (Edmo) –, il problema è quando un’ampia fetta della popolazione preferisce credere a quelle piuttosto che alle indicazioni ufficiali delle autorità. Ed è qui che emergono alcune significative peculiarità della Romania.

«Dall’inizio della pandemia ad oggi abbiamo cambiato due primi ministri, tre governi e sei diverse persone a capo del Ministero della Salute», ci ha spiegato Cabescu. «Questo ha creato molta sfiducia. E i problemi non sono nemmeno finiti: il governo in carica è appena caduto dopo un voto di sfiducia».

L’instabilità dei governi, e la loro conflittualità interna, hanno avuto effetti a cascata sulle vaccinazioni. Ioana Mihăilă, ex ministro della Salute fino a settembre, di recente ha incolpato il governo di cui faceva parte di aver sprecato l’estate e di essere «stato troppo precipitoso nell’indebolire gli appelli alla necessità di vaccinarsi».

A tal proposito, secondo Cabescu, «molte persone non hanno capito come mai durante l’estate si possono togliere le misure di contenimento e andare in vacanza, ma appena arriva l’autunno devono tornare le restrizioni. Alcune persone arrivano addirittura a dire che si tolgono le restrizioni così i politici possono godersi le vacanze».

La politicizzazione della campagna vaccinale, con premier e ministri a fare da sponsor per le inoculazioni, ha poi avuto effetti controproducenti, considerata la scarsa popolarità della classe politica (alle elezioni di dicembre 2020 l’affluenza si è fermata a meno del 32 per cento). Le forze politiche su posizioni scettiche, o contrarie, circa i vaccini – in particolare l’Alleanza per l’Unità dei Rumeni (Aur), forza populista che alle scorse elezioni è arrivata a sfiorare il 10 per cento – hanno sfruttato e messo insieme l’antipatia della popolazione verso la classe dirigente e la diffidenza verso la campagna vaccinale.

In generale la comunicazione istituzionale potrebbe essere stata poco efficace. Secondo un sondaggio condotto prima dell’avvio della campagna vaccinale, i contrari al vaccino in Romania erano meno del 40 per cento del totale. I restanti erano in gran parte disponibili a vaccinarsi, almeno dopo aver ricevuto più informazioni o aver visto che il vaccino funziona sugli altri. Se la percentuale di vaccinati è rimasta così bassa è forse anche perché a molti indecisi non sono state fornite informazioni sufficientemente chiare e comprensibili, ad esempio su come sia stato possibile sviluppare i vaccini in tempi tanto rapidi. La popolazione rumena – la seconda più povera nell’Ue, in termini di Pil pro capite, dopo la Bulgaria – è anche quella che ha, nell’Unione europea, la più bassa percentuale di laureati.

Alla disinformazione – che diffonde notizie infondate sull’ossido di grafene, che sarebbe velenoso e presente in abbondanza nei vaccini, o sui vaccini che modificherebbero il Dna delle persone, o che farebbero più male del virus, e via dicendo – e alla cattiva informazione ufficiale di una classe dirigente instabile e impopolare, vanno poi aggiunti anche altri elementi.

In Romania i medici non vaccinati sono una minoranza corposa, ad agosto pari al 30 per cento del totale (solo di recente il governo ha deciso di intervenire, mettendo in cantiere un progetto di legge che renda obbligatorio il green pass per il personale ospedaliero). Di conseguenza la popolazione ha visto la comunità medica divisa, il che ha aumentato la confusione. «Medici, esperti e ricercatori che poi hanno provato a condividere la propria esperienza e ad incoraggiare pubblicamente la popolazione a vaccinarsi», ha riferito ancora Cabescu, «sono stati oggetto di insulti e minacce» da parte delle frange più estremiste dei no-vax e dei cospirazionisti, che sono molto aggressive.

Anche i cosiddetti “media mainstream” hanno poi diffuso informazioni false sulla pandemia. Di recente, ad esempio, la notizia (errata) secondo cui la Norvegia avrebbe riqualificato la Covid-19 come una normale influenza è stata data da diversi portali informativi considerati normalmente affidabili.

Insomma, se è vero che la Romania ha un diffuso problema di disinformazione, sembra più corretto dire che questo sia un sintomo di altri problemi – instabilità politica, scarsa fiducia nelle autorità, poca educazione dell’opinione pubblica, povertà, polarizzazione, mass media permeabili alle notizie false e via dicendo – che hanno a loro volta un maggiore impatto sul cattivo andamento della campagna vaccinale.

Bulgaria

Anche in Bulgaria la situazione non è molto dissimile da quella appena vista. C’è sicuramente un grave problema di notizie false, ma non solo.

Come riferisce il giornalista e fact-checker di Proveri-Afp Rossen Bossev, secondo un’indagine sociologica di novembre 2020 «il 40 per cento della popolazione vede il virus come un’arma biologica creata per ridurre la popolazione planetaria, il 21 per cento crede che Bill Gates sia responsabile della pandemia per poter inserire microchip nelle persone. Quasi il 12 per cento addirittura crede che il coronavirus venga diffuso direttamente dalle antenne 5G».

Se informazioni tanto palesemente false hanno questa portata, secondo Bossev, è facile immaginare che danni possano fare informazioni false più sofisticate «come le statistiche su contagi e decessi tra i vaccinati».

Ma, come già detto e come rilevato anche da Bossev, le notizie false esistono in tutta Europa, mentre i livelli di vaccinazione così bassi no. Ci sono dunque altri elementi da considerare e, tra quelli che ci ha evidenziato il collega bulgaro, molti sono comuni con la Romania.

In primo luogo la scarsa fiducia nelle istituzioni, percepite come inaffidabili: la Bulgaria risulta il Paese più corrotto dell’Ue (alla pari con la Romania) nell’Indice sulla corruzione percepita di Transparency International. «Se le persone non si fidano delle istituzioni, come possono fidarsi del loro appello a vaccinarsi?», si chiede Bossev.

In secondo luogo anche in Bulgaria i mass media sono scarsamente affidabili. Nell’Indice sulla libertà di stampa di Reporters senza frontiere la Bulgaria si posiziona ultima, non nell’Ue ma in tutta Europa e, secondo Bossev, «i bassi livelli di libertà dei media sono direttamente collegati alla qualità del flusso di informazioni»

In terzo luogo, l’instabilità politica ha un ruolo importante: il 14 novembre gli elettori saranno chiamati a votare per la terza volta quest’anno. Una campagna elettorale pressoché ininterrotta ovviamente aumenta la polarizzazione dell’opinione pubblica e l’utilizzo strumentale di argomenti collegati alla pandemia.

Altri fattori importanti sono l’età anagrafica – secondo un sondaggio di febbraio 2021 sono i giovani i più scettici sul vaccino –, il reddito (chi abita a Sofia è più favorevole al vaccino di chi abita in periferia) e il livello di istruzione. Il Pil pro capite della Bulgaria è il più basso di tutta l’Unione europea e la percentuale di laureati risulta significativamente sotto la media Ue (anche se Stati come il Portogallo e l’Italia, che hanno percentuali di vaccinati molto superiori, hanno percentuali di laureati inferiori: il dato da solo non è certo decisivo).

Infine, in Bulgaria i medici vaccinati a fine luglio erano poco più del 60 per cento. Tra gli insegnanti la percentuale a settembre non arrivava nemmeno al 30 per cento.

Dunque anche per quanto riguarda la Bulgaria si può dire che ci sia un grave problema di disinformazione, ma che questo sia – di nuovo – più una conseguenza di altri problemi (instabilità politica, povertà, cattiva informazione, cattivi esempi, corruzione, polarizzazione e via dicendo), loro sì principali responsabili del fallimento della campagna vaccinale.

In conclusione

La situazione epidemiologica in Bulgaria e Romania è in grave e preoccupante peggioramento, complice il fallimento delle rispettive campagne vaccinali, che non sono arrivate a coprire che una parte minoritaria della popolazione.

Questa situazione dipende da una molteplicità di fattori, tra cui anche la diffusione di notizie false e dalla disinformazione in generale.

Sarebbe tuttavia sbagliato attribuire un ruolo eccessivo alla disinformazione: questa è presente in tutta Europa ma prospera, e fa più danni, in Paesi che hanno altri e più gravi problemi che, legandosi l’uno all’altro, vanno a creare l’habitat perfetto per la proliferazione di scetticismo e paura nei confronti del vaccino.

I due Paesi dell’Est Europa infatti, già i più poveri dell’Ue in termini di Pil pro capite, hanno gravi problemi di libertà e qualità generale dell’informazione, di corruzione, di stabilità e affidabilità delle istituzioni e della classe politica, di educazione, anche di chi dovrebbe dare l’esempio come in particolare i medici.

In questo contesto è molto più facile per le persone credere che dietro alla volontà del governo di vaccinare quante più persone possibile si nascondano in realtà interessi inconfessabili, complotti e cospirazioni.

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