Pubblicato: mercoledì 11 agosto 2021
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Meloni non ha molti motivi per festeggiare i «20 miliardi» in arrivo dal Fmi

Il 10 agosto, in una lettera al Corriere della Sera, la presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni ha commentato la «mega emissione» del Fondo monetario internazionale (Fmi), con cui dal 23 agosto saranno distribuiti a 190 Paesi l’equivalente di 650 miliardi di dollari sotto forma di diritti speciali di prelievo (i Dsp, che più avanti spiegheremo meglio che cosa sono).

Da un lato Meloni si è detta soddisfatta della scelta del Fmi, dal momento che lei stessa aveva avanzato «questa ipotesi» il 27 maggio 2020 in una lettera, sempre al Corriere della Sera, di cui ci eravamo occupati in un nostro fact-checking. Secondo la presidente di Fratelli d’Italia, al nostro Paese «arriveranno 20 miliardi» utilizzabili «immediatamente», che «non sono un prestito e non sono vincolati ad alcuna condizionalità», ma una potenziale «boccata di ossigeno» per la nostra economia, con un impatto fino a «100 miliardi di dollari».

Dall’altro lato Meloni ha espresso «grande rammarico» per il fatto che, secondo lei, nei mesi scorsi l’Italia non si sia resa «protagonista in sede internazionale» per promuovere una nuova distribuzione di Dsp.

Abbiamo verificato quanto scritto dalla presidente di Fratelli d’Italia, che ha commesso alcuni errori ed esagerazioni. Vediamo nel dettaglio perché.

– Leggi anche: No al Mes, sì al Fmi: il fact-checking della proposta Meloni

Che cosa sono i diritti speciali di prelievo, in breve

Partiamo dalle basi. Come abbiamo spiegato più nel dettaglio in passato, i diritti speciali di prelievo (special drawing rights in inglese, abbreviato in Sdr) non sono una valuta vera e propria, come lo sono per esempio il dollaro, l’euro, la sterlina o altre valute nazionali.

Semplificando, i Dsp sono una forma di riserva di valore, o meglio: come suggerisce il nome, sono diritti che possono essere scambiati per ottenere le cosiddette “valute forti”, ossia quelle più utilizzate nelle transazioni internazionali e nei mercati di cambio, tra cui ci sono l’euro e il dollaro. Come è evidente a prima vista da questa descrizione, sin dalla loro nascita i Dsp sono stati pensati come uno strumento utile soprattutto per quei Paesi più poveri (ci torneremo meglio tra poco) che nelle loro riserve sono carenti di valute forti, fondamentali per le importazioni e il commercio internazionale. Per esempio, con la sua dotazione di Dsp una banca centrale di un Paese può ottenere valuta estera scambiando oppure impegnando i propri Dsp con le banche centrali che emettono valute forti, come la Federal reserve statunitense (Fed) o la Banca centrale europea (Bce).

Dunque i diritti speciali di prelievo non sono vera e propria «liquidità» – come l’ha definita Meloni sul Corriere della Sera – e per questo motivo è improprio parlare di una loro «emissione», cosa che invece fanno le banche centrali nazionali con le loro monete. Il termine corretto è «allocazione»: è vero che i Dsp sono creati “dal nulla” dal Fondo monetario internazionale, ma non nel senso in cui viene stampata moneta dalle banche centrali.

La distribuzione dei Dsp da parte del Fmi avviene poi sulla base delle quote del fondo detenute dagli Stati membri: quando vengono allocati, sono quindi dati a tutti i Paesi. Questo avverrà anche nei prossimi giorni.

Che cosa ha deciso il Fondo monetario internazionale

Il 2 agosto il Fondo monetario internazionale ha annunciato che dal 23 agosto saranno allocati ai suoi 190 Stati membri 456 miliardi di diritti speciali di prelievo, una cifra equivalente a circa 650 miliardi di dollari (quasi 555 miliardi di euro) [1]. Come abbiamo spiegato in passato, l’Italia detiene poco più del 3 per cento delle quote del fondo e dovrebbe ricevere una somma di diritti speciali di prelievo pari a 20 miliardi di dollari (più o meno 17 miliardi di euro), la cifra indicata da Meloni (Figura 1).

Figura 1. Come saranno allocati i nuovi Dsp – Fonte: Bloomberg, su dati Fmi

È vero che l’allocazione dei diritti speciali di prelievo non è un prestito del Fmi – i Dsp non vanno restituiti – ma Meloni sbaglia nel presentare questi «20 miliardi» di dollari come subito spendibili, come se si potessero usare per finanziare la spesa corrente e investimenti in sanità, per l’ambiente o sul digitale. I Dsp sono insomma risorse ben diverse dai 191,5 miliardi di euro che l’Italia riceverà dall’Unione europea per finanziare il proprio “Piano nazionale di ripresa e resilienza”, che in parte sono prestiti e in parte sussidi a fondo perduto.

I diritti speciali di prelievo, come abbiamo anticipato e spiegato in passato, possono essere scambiati per ottenere valute forti, un’opportunità molto utile sul fronte delle importazioni e per quei Paesi che sono in difficoltà in questo ambito. Da questo punto di vista l’Italia ha una bilancia dei pagamenti in attivo, ossia esporta già più di quanto importa.

«Il nostro Paese potrebbe convertire i Dsp in arrivo in una valuta forte, ma dovrebbe trovare una banca centrale disposta a fare lo scambio, un’ipotesi però non scontata, o comunque non immediata», ha sottolineato a Pagella Politica Giuseppe De Arcangelis, professore di Economia internazionale all’Università La Sapienza di Roma. Le risorse raccolte finirebbero poi alla Banca d’Italia, tra le riserve, e non nell’immediata disponibilità del governo. Come vedremo meglio più avanti, però, una scelta di questo tipo andrebbe nelle direzione opposta rispetto a quanto paventato dal Fmi.

Come abbiamo spiegato in passato, poi, se un Paese ha meno Dsp di quanti gliene sono stati allocati nel tempo (ad oggi l’Italia ha da parte circa 5,6 miliardi di Dsp), deve pagare degli interessi – seppur molto bassi, dello 0,05 per cento – sulla differenza tra le sue disponibilità di Dsp e quelli che ha ricevuto con le allocazioni.

Meloni ha poi rivendicato di aver in un certo senso anticipato di oltre un anno la scelta del Fmi di fare una nuova allocazione di Dsp, avendola proposta a maggio 2020 in una lettera al Corriere della Sera. In realtà, già all’epoca la presidente di Fratelli d’Italia non era stata la prima a parlarne: aveva ripreso una proposta di distribuire nuovi diritti speciali di prelievo avanzata dal Financial Times, per un valore di oltre 1.200 miliardi di euro, più del doppio di quanto deciso di fare a inizio agosto 2021 dal Fmi.

Un aiuto ai Paesi poveri

Meloni ha espresso «soddisfazione» per la decisione presa dal Fmi, senza però dare conto del perché si sia deciso di fare una nuova allocazione di questa portata. Il fine principale dell’iniziativa del Fmi è infatti quello di aiutare i Paesi più poveri nella gestione della pandemia.

Il Fondo monetario internazionale ha infatti annunciato l’allocazione, la più «grande» della sua storia, sottolineando che il suo obiettivo è quello di «spingere la liquidità globale». Come ha sottolineato la direttrice del fondo, Kristalina Georgieva, l’allocazione «aiuterà in particolare i Paesi più vulnerabili e maggiormente colpiti dalla crisi causata dalla Covid-19», obiettivo che già si erano posti nella primavera 2020 i promotori di una nuova allocazione.

Un esempio concreto dell’utilità di questa nuova allocazione l’ha fatto lo stesso Fondo monetario internazionale su Twitter il 10 agosto, spiegando che un Paese in difficoltà nell'approvvigionamento di vaccini contro la Covid-19 – pensiamo agli Stati africani – potrà scambiare i propri diritti speciali di prelievo per ottenere valuta forte e comprare le dosi che gli servono (Figura 2).

Figura 2. Un esempio di come si potranno utilizzare i Dsp – Fonte: Fmi

Il Fondo monetario internazionale ha anche aggiunto che intensificherà i suoi sforzi per convincere i Paesi più ricchi a distribuire i Dsp ricevuti ai Paesi più poveri e più vulnerabili, per esempio attraverso il già esistente Poverty reduction and growth trust – con cui il Fmi aiuta i Paesi più in difficoltà – o con la creazione di un nuovo fondo, chiamato Resilience and sustainability trust. Un messaggio che va in una direzione diversa rispetto alla proposta di Meloni.

Da «20 miliardi» a «100 miliardi»

Nella sua lettera al Corriere della Sera, la presidente di Fratelli d’Italia ha ribadito quanto già scritto a maggio 2020, riproponendo un’idea avanzata da un ex dipendente del Fmi, Domenico Lombardi, e dall’ex segretario commerciale al Tesoro britannico Jim O’Neill, di cui abbiamo già analizzato i limiti in un precedente fact-checking e che ora sembra ormai essere superata da quello che è successo negli ultimi mesi.

In breve: a fine aprile 2020, Lombardi e O’Neill avevano suggerito che l’Italia usasse i diritti speciali di prelievo ricevuti dal Fmi come garanzia per uno strumento con cui emettere titoli sui mercati e raccogliere risorse con un valore pari fino a cinque volte quanto ricevuto con i Dsp (all’epoca Meloni aveva difeso questa ipotesi come alternativa alla richiesta di aiuto al Meccanismo europeo di stabilità).

La proposta non chiariva concretamente come potesse essere realizzata nei dettagli questa leva finanziaria e perché quest’ultima avesse dovuto essere proprio di uno a cinque. Ma al di là degli aspetti tecnici, il problema di questa proposta, rilanciata ora da Meloni, sono soprattutto le sue conseguenze e il messaggio che manderebbe agli altri Paesi.

«La proposta di utilizzare i diritti speciali di prelievo assegnati all’Italia per prendere risorse a prestito sui mercati sarebbe interpretata con particolare sospetto da chi decidesse di investire su uno strumento di questo tipo», ha spiegato a Pagella Politica De Arcangelis. «Gli investitori potrebbero infatti chiedersi: “Perché l’Italia cerca di raccogliere fondi ulteriori con un’allocazione che è stata pensata per aiutare i Paesi più poveri?”. Il tasso di interesse dei titoli emessi con il nuovo strumento dovrebbe tenere conto di questa incertezza». In un’intervista a Il Foglio del 10 agosto, l’economista Carlo Cottarelli, ex direttore del Dipartimento degli Affari fiscali del Fmi, ha sollevato dubbi simili, sottolineando che nessun Paese del G7 ha mai messo in campo un’iniziativa simile, nemmeno con le allocazioni successive alla crisi economica del 2009.

Già in un nostro fact-checking di maggio 2020, parlando con diversi economisti, avevamo sottolineato i rischi di proporre l’utilizzo dei Dsp come garanzia per raccogliere altre risorse a prestito. Nella loro proposta, gli stessi Lombardi e O’Neill erano consapevoli del clima di incertezza che avrebbe generato una mossa di questo tipo da parte dell’Italia. Tant’è che suggerivano un intervento della Banca centrale europea, per comprare i titoli emessi, o la creazione di uno strumento comune tra i vari Paesi europei.

All’epoca ancora non era stato approvato il Next generation Eu, il fondo da 750 miliardi di euro pensato dall’Ue per aiutare gli Stati membri a riprendersi dalla crisi economica causata dalla pandemia. E l’acquisto massiccio dei titoli di Stato da parte della Bce – il Pandemic emergency purchase programme (Pepp) – era stato avviato da poco, per poi essere rifinanziato a giugno 2020.

«Mi auguro che questa volta governo e presunti esperti mettano da parte la loro immotivata spocchia e prendano seriamente in considerazione la proposta», ha scritto Meloni al Corriere della Sera. Ma come abbiamo appena visto, la proposta in questione, di ottenere fino a «100 miliardi» di dollari con i «20 miliardi» in Dsp, oltre a essere rischiosa, sembra poggiare le basi su uno scenario superato da quanto è stato deciso dalle varie istituzioni europee.

Prima di concludere, vediamo infine se è vero che l’Italia non ha giocato alcun ruolo di primo piano nella nuova allocazione di Dsp, come sostenuto da Meloni.

Come si è arrivati alla nuova allocazione di Dsp

Come abbiamo visto, l’annuncio dell’allocazione di 650 miliardi di dollari in Dsp è stato fatto dal Fmi il 2 agosto. Questa scelta non è arrivata dal nulla, ma ha fatto seguito a mesi di trattative a livello internazionale, dopo che all’inizio dell’anno Joe Biden ha sostituito alla presidenza degli Stati Uniti – che hanno il diritto di veto sulle allocazioni di Dsp – Donald Trump, la cui amministrazione non era favorevole all’allocazione di nuovi Dsp (avevamo spiegato il perché in un’altra analisi).

A marzo 2021, dopo le aperture della segretaria statunitense al Tesoro Janet Yellen, il Fmi aveva annunciato che si stava discutendo per una nuova allocazione da 650 miliardi di dollari, da concretizzarsi in estate. Il 7 aprile il G20, che raggruppa i Paesi tra i più industrializzati al mondo, sotto la presidenza dell’Italia ha ufficialmente incaricato il Fmi di formulare una proposta per una nuova allocazione di Dsp, e di pensare a strumenti per permettere il passaggio dei diritti speciali di prelievo dai Paesi più ricchi a quelli più poveri.

Il 21 maggio, al Global health summit organizzato dalla presidenza italiana del G20 e dalla Commissione europea, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha annunciato che «l’Italia ha promosso una strategia in quattro punti per aiutare i paesi più fragili del mondo», tra cui «allocare diritti speciali di prelievo, per sostenere la bilancia dei pagamenti dei Paesi bisognosi». A giugno i membri del G7 – tra cui c’è l’Italia – hanno poi dichiarato che avrebbero distribuito ai Paesi più poveri almeno 100 miliardi di dollari della futura riallocazione di Dsp. A luglio i ministri delle Finanze del G20 hanno ribadito la posizione di veicolare i nuovi Dsp per i Paesi più bisognosi, senza specificare però un cifra.

Ricapitolando: senza entrare nei dettagli diplomatici, sembra ingeneroso sostenere che l’Italia non abbia avuto un ruolo nella decisione del Fmi di avviare una nuova allocazione di Dsp, visto che il nostro Paese è presidente di turno del G20, sotto cui si sono svolte le trattative per l’allocazione, e che il governo ha da tempo dichiarato cosa intende fare con i Dsp in arrivo.

In conclusione

Secondo Giorgia Meloni, il 23 agosto dal Fondo monetario internazionale arriveranno all’Italia «20 miliardi» di dollari in diritti speciali di prelievo, che senza essere vincolati ad alcuna condizionalità potranno avere un impatto fino a «100 miliardi», una «boccata d’ossigeno» per la nostra economia. La presidente di Fratelli d’Italia si è detta soddisfatta di questa scelta, avendola lei stessa promossa a maggio 2020, ma anche rammaricata, per il mancato ruolo dell’Italia in questa decisione.

Abbiamo verificato quanto scritto da Meloni nella sua lettera al Corriere della Sera e diverse cose non tornano.

È vero che il 2 agosto il Fmi ha annunciato una nuova allocazione di diritti speciali di prelievo pari a circa 650 miliardi di dollari, di cui circa 20 miliardi dovrebbero arrivare all’Italia. Ma i diritti speciali di prelievo non sono una valuta vera e propria, ma risorse pensate per essere scambiate per ottenere valute forti, fondamentali soprattutto nel commercio internazionale e le importazioni. Non sono dunque paragonabili, per esempio, alle risorse europee o a quelle comunemente raccolte con i titoli di Stato sui mercati. L’Italia potrebbe scambiare i propri Dsp per ottenere una valuta forte, ma dovrebbe trovare una banca centrale disposta a fare lo scambio – dunque non un’operazione immediata – e queste risorse andrebbero come riserve alla Banca d’Italia, non subito a disposizione per fare nuova spesa pubblica.

L’ipotesi di usare questi Dsp come garanzia per raccogliere risorse fino a «100 miliardi» poggia poi su basi particolarmente rischiose, perché farebbero passare il messaggio che l’Italia intende usare un’allocazione pensata per aiutare i Paesi più poveri per raccogliere a sua volta altre risorse. Inoltre, questa idea era stata avanzata, con diversi dubbi a riguardo, ormai quasi un anno e mezzo fa, prima che fosse implementato il Next generation Eu e che la Bce rafforzasse il suo piano di acquisto massiccio di titoli di Stato.

Infine, sembra esagerato sostenere che il nostro Paese non abbia avuto un ruolo di primo piano nella decisione del Fmi di fare una nuova allocazione di Dsp. Questa scelta infatti è stata concordata nei mesi scorsi all’interno del G20, proprio sotto la presidenza dell’Italia. E l’obiettivo dichiarato di questa scelta è stato quello di distribuire risorse per aiutare i Paesi poveri, per esempio nell’acquisto di vaccini, e non Paesi come il nostro.


[1] Come abbiamo spiegato in passato, se si fosse stabilita un’allocazione superiore ai 650 miliardi di dollari sarebbe stata necessaria l’approvazione del Congresso degli Stati Uniti.

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